la cattiva coscienza del padrone

la cattiva coscienza del padrone

La direttrice Carla Donati, nel messaggio inviato a tutti i dipendenti il 3/12/2018, ore 12, intitolato Modifiche all’orario di lavoro, scrive: “A seguito del confronto con le OO.SS., l’amministrazione ha rivisto le disposizioni sull’orario di lavoro introducendo la PAUSA BREVE, le cui caratteristiche sono riportate al relativo paragrafo a pag. 5 delle disposizioni citate”.

Come se ci fosse un rapporto di causa ed effetto fra il confronto e le disposizioni. Una formula simile viene utilizzata nel decreto a firma del DG Antonio Barretta “Valutato agli esiti del sopracitato confronto di rivedere la disciplina dell’orario di lavoro…”. Tecnicamente, in base al CCNL vigente, per l’articolazione dell’orario di lavoro è previsto il confronto, ma in questo caso quello che caratterizza davvero l’operazione è che le proposte della RSU, ma anche quelle delle organizzazioni sindacali, sono state tutte sistematicamente disattese: non hanno influenzato in alcun modo la decisione che, quello era e quello è rimasta. E in questo modo visto che la RSU è un organo democratico eletto dai lavoratori, sono state disattese le proposte dei lavoratori, che con sfumature diverse andavano tutte in una direzione: ribadire che il rispetto dei lavoratori viene prima di tutto e che di esso fanno parte condizioni di lavoro soddisfacenti. Ogni lavoro di qualità richiede interruzioni, pensiero critico, intelligenza, discussioni e confronti con i colleghi, non testa china. Inoltre ogni due ore di lavoro al videoterminale è necessaria una interruzione di15 minuti facente parte dell’orario di lavoro a tutti gli effetti e quindi retribuita (guarda caso proprio 15 minuti) per salvaguardare la salute, che per la nostra costituzione repubblicana è un diritto primario.

La RSU ha indetto in modo unitario l’assemblea del 25 settembre in Santa Apollonia, che ha visto la partecipazione di 660 lavoratori e molti altri dalle sedi esterne avrebbero voluto partecipare ma la distanza li ha ostacolati, e non era possibile la videoconferenza. Una seconda assemblea nel cortile di Novoli ha visto una partecipazione di 560 persone. I lavoratori che hanno partecipato erano tutti costernati che con tutta la professionalità, le conoscenze e le competenze che mettiamo a disposizione (tra l’altro sottopagate), l’amministrazione non trovi di meglio da fare che escludere dall’orario “una pausa per il recupero psico-fisico” decretando che non è a carico del datore di lavoro.

La democrazia partecipativa, di cui la giunta si fa vanto, non abita nei cancelli della regione toscana. Partecipare significa che quanto emerge viene considerato e non cestinato. Il padrone ascolta e poi fa di testa sua: questa non è partecipazione democratica.

Se guardiamo ai fatti vediamo un surrettizio aumento dell’orario di lavoro per chi utilizzerà la pausa. Proprio la durata dell’orario di lavoro è il campo di conflitto storico, di lunga durata, fra padroni e lavoratori. E le limitazioni dell’orario giornaliero, mensile e della vita lavorativa (il diritto alla pensione) sono conquiste delle lotte dei lavoratori, che evidentemente continuano ad essere mal viste dai nemici dei nostri diritti. La limitazione all’orario di lavoro (a parità di salario) è finalizzata da sempre alla salute e al benessere del lavoratore, che deve riprodurre la sua capacità lavorativa per poter lavorare: in questo senso proprio perché serve anche per lavorare la riproduzione è in parte a carico del datore di lavoro: mai sentito parlare delle ferie? Quanto di questa riproduzione è a carico del datore di lavoro e quanto no, dipende dai rapporti di forza (dovrebbe dipendere dalla giustizia, ma purtroppo non è così).

La qualità del lavoro non nasce dal controllo e dalla disciplina, nasce invece dalla democrazia organizzativa, dalle conferenze di organizzazione, dal confronto, dalla valorizzazione delle conoscenze e delle capacità dei lavoratori. Nasce dalle nostre capacità relazionali.

C’è una vera urgenza: la democrazia organizzativa deve entrare nei cancelli della regione, insieme al pieno rispetto per i lavoratori della regione toscana.

Non siamo disposti a essere il capro espiatorio delle carenze del pubblico impiego che dipendono direttamente da scelte politiche. Non siamo disposti a prendere lezioni da chi elabora regole per gli altri, ma non le deve rispettare perché non ha obblighi di orario.

Il grande compagno Brecht ha scritto “Quando l’ingiustizia diventa legge, la resistenza diventa un dovere”.

Marvi Maggio – Cobas Regione Toscana

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Assemblea! Assemblea!

Il 22 ottobre 2018 partecipate tutti all’Assemblea indetta dalla RSU dalle 10 alle 13 nel piazzale del complesso immobiliare regionale di via di Novoli a Firenze.

Tre ore di libertà (di discutere, bere caffè, acqua, bibite, tea, etc. perché noi non pensiamo che impedisca di parlare, pensare, discutere di questioni sindacali e politiche e lavorare) a cui è importante partecipare.

E’ un momento di scelte molto rilevanti relative alle regole sull’orario che ci riguardano e far sentire la nostra voce collettivamente è essenziale per imporre al datore di lavoro il rispetto di cui abbiamo diritto: siamo donne e uomini dotati di grande professionalità che offrono conoscenze e competenze e non siamo servi che strisciano davanti al padrone (notizia importante che non tutti sembrano conoscere: il feudalesimo è finito!).

La regione toscana ha un grosso vantaggio erariale e un grosso vantaggio di immagine con lavoratori come noi che in massima parte hanno un grado di istruzione e conoscenze maggiori di quelle che ci vengono retribuite e che tuttavia vengono sfruttate senza tanti problemi. Ma fino a che sfruttare non diventa reato, non tutti hanno un gran senso di giustizia.

Se qualcuno vuole restringere le nostre libertà basilari in un ottica bio-politica (cioè norme e disposizioni che intendono regolare la vita stessa delle persone) bisogna dire no, semplicemente no. Le nostre libertà sono il fondamento di un lavoro ben fatto, non certo un ostacolo.

Abbiamo autonomia organizzativa nel lavoro mostrato per esempio dal fatto che è previsto che siamo noi a chiedere al dirigente di approvare il servizio esterno o la missione (invece che sia il dirigente a chiederci di effettuarli), ma poi questa autonomia non è riconosciuta quando comporta necessariamente anche il riconoscimento del necessario grado di libertà.

Saint-Just nei discorsi sulle Istituzioni Repubblicane (1793) scrive giustamente che sono necessarie poche leggi e molte istituzioni, intese come configurazioni organizzate di relazioni sociali. La legge è una limitazione delle azioni mentre l’istituzione è un modello positivo di azione. Non abbiamo bisogno del proliferare di regole, imposte sempre alla parte bassa della società, mentre la parte alta semplicemente non le deve rispettare. Abbiamo bisogno di poche leggi (e quindi poche regole) e istituzioni che mostrino i comportamenti virtuosi: ed è la classe dirigente che deve dare l’esempio rispettando quelle stesse norme che intende applicare agli altri. Invece troppo spesso chi fa le regole non le deve rispettare perchè è fuori campo (per esempio non ha obbligo di orario né di timbrare). Forse è arrivato il momento di indignarci e di pretendere reciprocità.

Tutti all’assemblea! Viva la libertà!

Venite da Firenze e da tutta la toscana, usate le vostre ore di assemblea! E’ un diritto!

Marvi Maggio – COBAS Regione Toscana

cobas sulla città invisibile: i fatti di Massa

Sull’uso dei fatti di Massa da parte della Regione Toscana per appesantire il controllo repressivo sui dipendenti

http://www.perunaltracitta.org/2018/09/22/sulluso-dei-fatti-di-massa-da-parte-della-regione-toscana-per-appesantire-il-controllo-repressivo-sui-dipendenti/

 

commento ai fatti di massa

Un lavoratore della Regione Toscana ci ha inviato questo contributo:

Si percepisce un grande avvilimento tra noi dipendenti della Regione..

Quello che è accaduto a Massa qualche giorno fa porta acqua al mulino di coloro che, ormai da molti anni e molti governi, trovano conveniente (soprattutto dal punto di vista elettorale) discreditare, senza alcun distinguo, i lavoratori del pubblico impiego.

Ci si può aspettare da polizia e carabinieri che, indagando per individuare ed accertare reati, si limitino a verificare se siano state infrante o no regole formali (ed è per loro irrilevante il contesto), agendo poi di conseguenza. Ma il presidente della Giunta Regionale, e gli organi dell’amministrazione dovrebbero essere almeno in grado di distinguere tra chi ha apportato un sostanziale danno – economico e di immagine – all’ente, reiterando comportamenti palesemente illegali, e chi, ogni tanto, ha interrotto il lavoro per prendere un caffè.

Il buon senso direbbe che l’interruzione del servizio per fare una pausa di pochi minuti dovrebbe essere ritenuta normale e tollerabile, come confermato anche in qualche sentenza, “perché permette di recuperare le energie psico-fisiche e favorisce un successivo migliore espletamento del servizio”.

Ma per l’amministrazione e la Giunta Regionale i dipendenti dell’ente sono una pletora di scansafatiche, e quindi l’unico modo di farli lavorare è applicare regolamenti carcerari: massimo controllo, nessuna pausa consentita, e, beninteso, anche i videoterminalisti – cui per legge spetta una pausa di 15 minuti ogni 2 ore di lavoro al computer – non si sognino di interrompere il lavoro, ma svolgano un’altra attività di servizio (per esempio, qualche bella telefonata di lavoro, una pulitina alla stanza etc.).

Nessuno sprazzo di buonsenso viene a mitigare la vocazione carceraria di amministrazione e Giunta: il bar interno di Novoli (interno per definizione e sostanza, dato che non è utilizzabile altro che dai dipendenti regionali e dagli eventuali ospiti ed è ubicato in una sede regionale) si trasforma miracolosamente in bar esterno, al quale vengono equiparate pure le macchinette erogatrici di bevande poste all’interno di molti sedi regionali, e si afferma con serietà che anche per prendere una consumazione all’interno della propria sede bisogna timbrare e chiedere permesso personale; contemporaneamente il concetto di sede di lavoro si restringe, ignorando le sedi di lavoro reali – quelle ufficiali e effettivamente risultanti all’INPS e all’INAIL – con il sogno di poter letteralmente e finalmente legare ogni dipendente alla stanza assegnatagli, costringendolo a timbrare – servizio esterno o permesso personale – ad ogni allontanamento dalla sua scrivania.

Il che apre inquietanti scenari per le pause pipì… Che regole di comportamento vorranno adottare Presidente, Giunta e amministrazione per i dipendenti incontinenti?

E che fare per le missioni? Se, nella riunione cui si è stati inviati a partecipare, gli organizzatori hanno previsto un coffee breack, certo quella pausa andrà assolutamente tolta dal tempo di lavoro!

E se nel corso del viaggio di andata o ritorno dal luogo della missione, mi faccio un caffè o un bicchier d’acqua, di sicuro devo dichiarare l’orario della pausa e detrarlo dal tempo di viaggio!

In mezzo a questo insensato sconquasso ci stanno i dirigenti, ai quali spetta, per legge, i controllo dei dipendenti loro assegnati. E di colpe ne hanno: prima tra tutte, l’aver accettato senza fare un plisset, né individualmente né tramite i loro sindacati, i provvedimenti organizzativi, che si sono succeduti in questi ultimi anni: per realizzare “l’eliminazione delle Province” (riforma renziana senza capo né coda che Rossi, più renziano di Renzi, ha voluto realizzare alla velocità della luce, incurante dei danni che ne sarebbero conseguiti), con le successive riorganizzazioni dei servizi relativi all’ambiente, alla formazione e istruzione e adesso, ciliegina sulla torta, la creazione del nuovo ente ARTI con la riorganizzazione, che il cielo ci aiuti (ed aiuti, soprattutto, che cerca lavoro in Toscana) dei centri per l’impiego.

Tutti i dipendenti della Regione Toscana, in special modo quelli che provengono dalla Province, sanno che disastro organizzativo è conseguito a questa epocale riforma. E lo sanno bene pure i dipendenti restati alle Province e alle Città metropolitane. Ma dai dirigenti, o meglio dalle loro organizzazioni sindacali, manco una parola di dubbio o un invito alla cautela: nessun dirigente ha mosso un dito per segnalare questa situazione che è sotto gli occhi di tutti. D’altronde, vengono pagati per realizzare quello che Presidente e Giunta decidono, e se non sono d’accordo devono essere pronti ad accettare le conseguenze. E evidentemente nessuno di loro ha voglia di rischiare manco un po’ del lauto premio di produttività annuale, i soldi son soldi.

Rossi e la sua Giunta fanno comunque un bel complimento anche ai dirigenti dell’ente: evidentemente, li ritengono incapaci (d’altronde, anche logisticamente, non li hanno certo facilitati) di organizzare davvero il lavoro, e di controllarne lo svolgimento e la qualità, nonostante le macchinosissime procedure di controllo e monitoraggio, di qualsiasi aspetto del lavoro, messe a loro disposizione (onerose in modo tale che una bella parte dei dipendenti regionali è costretta a passare buona parte del tempo ad alimentarle, questo sì che è produttivo!).

E allora, ecco i dirigenti ridotti a fare i carcerieri di dipendenti sparsi per tutta la regione: qualche dirigente può vantarsi di avere dipendenti allocati in ben 10 sedi diverse. In queste condizioni ci si chiede già come sarebbe possibile – in un ambiente di lavoro civile e “normale” – un serio coordinamento del lavoro da parte del dirigente; ma è ancora più difficile il controllo occhiuto dell’orario di tutti quei dipendenti fannulloni.

C’è solo da pregare che all’amministrazione, per alleviare i dirigenti dall’onere di controllare i galeotti, non venga in mente di assegnare il ruolo di secondini ai disgraziatissimi titolari di PO: ci avevano già provato, ma il fatto che anche nell’ultimo contratto di lavoro i poteri del datore di lavoro siano chiaramente assegnati solo ai dirigenti (che prendono uno stipendio degno di questa responsabilità) ha un pochino ostacolato il progetto. D’altronde, se si ha il controllo sui dipendenti, si ha anche la responsabilità in caso di mancato controllo, e la retribuzione delle PO non è proporzionata ai rischi.

Ma a nessuno, e a Rossi e compagnia in particolare, viene in mente che, forse, i dipendenti non sono una banda di oziosi perditempo (quelli che non sono proprio furfanti matricolati, certo): se qualche servizio sta ancora in piedi, se qualcosa continua a funzionare, sappiamo tutti che è grazie al lavoro – spesso fatto NONOSTANTE le regole vigenti definite dall’amministrazione e la ristrettezza dei mezzi finanziari e strumentali – svolto dalla maggior parte dei dipendenti: che cercano disperatamente di coordinarsi tra di loro, che inventano soluzioni creative per erogare meglio i servizi, che si prodigano verso il pubblico ben oltre quello che sarebbe loro dovere. E non so come mai, l’amministrazione, che è tanto attenta ai 5 minuti della pausa caffè, non si è mai presa la briga di calcolare quante ore in più, non pagate in alcun modo, tanti dipendenti fanno ogni mese oltre alle ore dovute…

E a nessuno viene in mente che, se adesso si ricomincia a parlare con forza di riassegnare al pubblico servizi essenziali – per esempio, la gestione degli acquedotti o le autostrade – e se la grande ubriacatura di “privato è bello” a tutti i costi sta facendo i conti con l’amara realtà (che privatizzare tutto arricchisce pochi senza portare ad un reale miglioramento dei servizi, che, però, costano di più), allora sarebbe il caso di smetterla di dare addosso ai dipendenti pubblici con la scusa dei “furbetti del cartellino” (oddio, questa definizione non si può più sentire…), esiguissima minoranza di una categoria di lavoratori che si prodiga, incurante degli stipendi fermi non ci ricordiamo più neppure da quanto tempo, decimati dal mancato turn over generazionale, con sempre meno risorse, finanziarie e strumentali a disposizione, resistendo implacabilmente a tutte le “riorganizzazioni” dissennate venute in mente a governanti nazionali e locali, a far funzionare almeno un minimo tutti i servizi degli enti locali, la scuola, la sanità, per menzionare solo alcuni settori.

E forse, adesso, anche tutti i sindacati di tutte le categorie del pubblico impiego dovrebbero riflettere su questo possibile cambiamento di filosofia, smettere di giocare solo in difesa, e rivendicare con orgoglio tutti i piccoli e grandi miracoli che in tanti enti, in tanti posti, in tutti i settori, tanti dipendenti pubblici riescono a fare quotidianamente al servizio dei cittadini.

un lavoratore della Regione Toscana

quando le parole non bastano ci vuole la lotta!

A VOLTE SI DEVE RIBADIRE CHE ESISTE UN CONFINE CHE NON PUÒ ESSERE OLTREPASSATO.

Quando le parole non bastano, quando la ragione non trova ascolto, è necessario dire NO in modo secco e deciso. Non si può esitare.

Esiste una soglia insuperabile, quella oltre la quale il “datore di lavoro” nega il rispetto e la dignità che è insita in ogni essere umano, in ogni lavoratore. Stiamo parlando del rispetto dell’umanità delle persone, qualcosa che esiste prima di ogni contratto. E’ la premessa di qualsiasi relazione sociale che non sia di alienazione e annichilimento della nostra umanità.

Nessuno può negare che un lavoratore è prima di tutto una persona, prima ancora di essere un lavoratore. E come tale ha un valore assoluto, non economico, un valore di esistenza, per il puro fatto di esistere, non per la sua utilità o tanto meno per la sua attitudine ad essere sfruttato (cioè sottopagato come siamo noi) e spremuto per gli interessi (economici e politici) di altri.

Quello che sta succedendo qui, la paura che serpeggia, non è un caso. I fatti di Massa vengono utilizzati esattamente per quello per cui le norme Madia (e quelle Bongiorno) sono state predisposte: umiliare i dipendenti pubblici, ridurli a bambini da punire e zittire, renderli ridicoli chiamandoli furbetti e fannulloni, impedire che siano i traini delle rivendicazioni per i diritti di tutti i lavoratori (in particolare di quelli con meno diritti), impedire che pretendano paghe adeguate al lavoro che fanno.

Il permesso personale di 36 ore serve per fare commissioni personali, non certo per assolvere a bisogni fisici come andare al bagno, bere acqua, mangiare una caramella o un panino e bere un caffè. Perché? Perché sono pratiche necessarie alla vita che richiedono pochi minuti, esattamente come alzarsi dalla sedia almeno ogni due ore perché il sangue circoli e sospendere il lavoro al computer. Ricordando che ogni due ore chi utilizza il computer deve interrompere per un quarto d’ora l’uso del videoterminale, certo può fare un altro lavoro, ma questo segna il fatto che non siamo macchine ma umani e che l’interruzione fa parte dell’orario di lavoro. Tuttavia proprio chi dovrebbe assicurarsi che siano prese queste precauzioni necessarie alla nostra salute si dimentica che non siamo macchine. E il rispetto se non viene riconosciuto va preteso.

Ognuno paghi per le sue colpe, non per quelle degli altri

I fatti di Massa, (i colleghi che sono accusati di non aver timbrato in modo corretto, innocenti fino a verifica di prova contraria), sono fatti specifici da analizzare nella loro specificità: prima di tutto la giustizia sommaria non è propria di uno stato di diritto. Quando i potenti hanno per caso un loro amico inquisito o rinviato a giudizio gridano contro il giustizialismo, chiedono garantismo. Nessuno lo fa per i dipendenti pubblici di cui si presume la colpevolezza. Esistono tre gradi di giudizio in Italia per quasi tutti i reati, proprio per poter valutare la consistenza e la credibilità delle accuse. E’ veramente incredibile che timbrare in modo scorretto sia uno dei pochi reati che prevede l’arresto. Quasi mai lo stupro, mai l’omicidio, derubricato a colposo, dei lavoratori sui posti di lavoro, mai l’evasione fiscale da 180 miliardi di euro all’anno (anzi si fanno condoni e pace fiscale).

A chi pensa che bere un caffè in un bar interno non sia da fare in orario di lavoro, che vorrebbe un lavoratore che non interrompe mai il suo lavoro, ricordiamo che ogni tanto invece si deve interrompere il fare per pensare e verificare quello che si sta facendo, per porsi delle domande sui risultati e su come potrebbero essere migliori. E questo lo si può fare camminando, facendo le scale e bevendo il caffè. Theodor Adorno scrive (in Minima Moralia, meditazioni sulla vita offesa) che quello che è da temere è la cieca furia del fare, l’aumento della produzione in direzione di uno sviluppo in una sola direzione dominato dalla quantificazione, ed ostile alla differenza qualitativa. Proprio la qualità deve diventare il fulcro della PA e non il fare senza sosta e senza pensare.

Come si fanno lavorare le persone? Rispettandole, gratificando (soprattutto economicamente) le loro capacità e competenze, rispettando la loro umanità, stimolando qualità e non quantità, qualità che nasce dalla libertà, non dalla costrizione, qualità che nasce dalla cooperazione e non dalla competizione, dal rancore e dalla rabbia. Vorremmo sentire parlare non solo di quantità, ma anche di qualità.

Il 25 settembre ci troveremo in assemblea: tratteremo della produttività semestrale non ancora erogata, ma sarà anche opportuno definire forme di lotta per impedire che si usino fatti di cronaca per ridurre i nostri diritti di lavoratori.

Quando le parole non bastano ci vuole la lotta!

Marvi Maggio – Cobas Regione Toscana

produttività, oh cara!

Produttività, oh cara!

Il 6 settembre 2018, la RSU è stata convocata ad un tavolo sindacale con l’amministrazione sulla costituzione del fondo del salario accessorio 2018.

In quella sede l’amministrazione si è impegnata a informarci se metterà in atto l’idea di predisporre una legge che le consenta di aumentare il fondo del salario accessorio rispetto al tetto del 2016. L’aumento di 5,7 milioni di euro serve per l’equiparazione verso l’alto della produttività di tutti i dipendenti. Queste risorse, che comprendono gli oneri riflessi, sono previste nella legge di variazione di bilancio regionale approvata dal Consiglio lo scorso 17 luglio.
La soluzione della legge regionale è stata delineata perché non è stato ancora approvato il DPCM che era previsto entro fine luglio e avrebbe dovuto indicare i parametri che consentono alle regioni di superare il tetto del salario accessorio del 2016. I parametri sono il rispetto di uno specifico rapporto tra spese di personale e le entrate correnti e il pareggio di bilancio.
Il dato è che il rapporto tra spese di personale e le entrate correnti in Regione Toscana entra ampiamente in quello che si prevede sarà contenuto nel DPCM e contemporaneamente la regione rispetta il pareggio in bilancio. Quindi si tratta di una questione di forma più che di sostanza: trovare la soluzione normativa per ottemperare alla mancanza del parametro da rispettare che avrebbe dovuto essere contenuto nel DPCM. E la soluzione potrebbe essere anche una delibera, come è successo in altre Regioni.

Come i lavoratori sanno bene c’è una questione di tempi. La produttività avrebbe dovuto essere corrisposta ad agosto, come sempre. Che si sarebbe determinata questa differenza da colmare fra produttività ex provinciali e regionali storici, si sapeva dal 2015 o quantomeno dal 1 gennaio 2016. Ne consegue che è davvero inaccettabile il ritardo nel pagamento della quota semestrale di produttività. Tutti i lavoratori sono profondamente indignati per non aver ricevuto una parte della retribuzione che spetta loro di diritto. Situazione aggravata dal fatto che l’amministrazione non ha dichiarato quando assolverà ai suoi doveri di datore di lavoro.

Nel caso il 6 settembre, l’amministrazione ci informi che la legge non è possibile oppure che è possibile ma capiamo che i tempi si allungano troppo, bisognerà trovare un’altra soluzione, come la delibera.
L’idea di firmare un accordo sul salario accessorio 2018 senza che al suo interno siano compresi i fondi per l’equiparazione è rischiosa e controproducente perché sancirebbe la nostra accettazione come RSU (con tanto di firma sull’accordo) di questa situazione (inaccettabile, visto che i lavoratori pagherebbero le scelte dell’amministrazione). Inaccettabile perché sulla equiparazione verso l’alto ci siamo detti d’accordo come RSU più di una volta e questo comporta una costituzione del fondo con le risorse aggiuntive. Sappiamo anche che una nota in premessa non ci garantirebbe dall’essere responsabili di accettare che quei soldi non ci siano in quella quantificazione del fondo. Proprio quello che non dobbiamo fare. Abbiamo ormai da tempo immemorabile chiesto alla regione di trovare i fondi per l’equiparazione, l’abbiamo ottenuto, questa è una vittoria importante. Sul fatto di non diminuire il reddito esistente dei lavoratori non si può non essere fermi ed è la premessa e la condizione per avviare poi il contratto decentrato.
E’ importante non farci trovare impreparati perché i tempi sono già sfuggiti di mano. Quindi auspichiamo che la soluzione normativa risulti percorribile e celere, ma se questo non si verificasse sarà necessario chiedere subito la delibera, e per farlo con più forza, convocare assemblee dei lavoratori e lanciare lo stato di agitazione.

Marvi Maggio – Cobas Regione Toscana

produttività ed equiparazione

Molti lavoratori chiedono perché e cosa stiamo facendo

Niente produttività fondo 2018 neppure ad agosto, di solito la prima semestralità era a luglio. Malgrado le valutazioni siano state effettuate nei tempi. Perché?

Questo fondo del trattamento accessorio 2018 sarà unico e comprenderà tutti i fondi prima separati degli ex provinciali e quello dei regionali di lungo corso.

In conseguenza di questo fondo unico, abbiamo bisogno di un po’ di milioni per quella che abbiamo definito equiparazione verso l’alto della produttività. Una equiparazione per cui ci siamo spesi noi (si trova nel nostro programma) e si è spesa tutta la RSU.

La buona notizia è che l’amministrazione ha approvato una variazione di bilancio che individua e rende disponibili le risorse da utilizzare per l’equiparazione verso l’alto: si tratta di circa 4 milioni (5,7 milioni con gli oneri riflessi).

Perché allora non si paga la prima semestralità con, finalmente, la stessa produttività per tutti, equiparata verso l’alto?

Qui arriva la cattiva notizia: perché il fondo 2018 possa superare il tetto del fondo 2016 (limite disposto dalle norme nazionali, il DL 25 maggio 2017,n.75, art.23, comma 2 e possibilità di deroga con comma 800 art 1 della legge di bilancio 2018) è necessario rispettare due parametri: il rapporto tra spese di personale e le entrate correnti e il pareggio di bilancio. Tuttavia questa norma non definisce quale sia il rapporto accettabile e lo dovrà fare un DPCM che avrebbe dovuto secondo le previsioni dell’amministrazione, essere predisposto entro luglio o agli inizi di agosto. Invece ad oggi non c’è e impedisce la costituzione del fondo con in più i milioni per l’equiparazione.

Il comma 800 art 1 della legge di bilancio 2018 da un lato chiede alle regioni che vogliano aumentare il fondo per “armonizzare” i trattamenti accessori, di rispettare entrambi i criteri del DL n.75, ma consente anche che le regioni possano utilizzare proprie risorse nel rispetto dell’equilibrio di bilancio. L’equilibrio di bilancio la regione ce l’ha e ha anche un rapporto tra spese di personale e le entrate correnti che rientra ampiamente in quello che sembra sarà il limite indicato nel DPCM in formazione.

Ci siamo trovati in assemblea RSU ieri, 7 agosto, e poi abbiamo incontrato l’amministrazione per il tavolo sindacale. L’amministrazione ci ha informati che non riteneva più, come nello scorso incontro del 27 luglio, che l’emanazione del DPCM fosse imminente e ha proposto un piano B: verificare entro fine agosto la fattibilità di una legge regionale che consenta di operare la quantificazione del fondo 2018 con le somme aggiuntive che superano il tetto 2016 prima del DPCM. Si tratterebbe di una legge che si muove molto più rapida del solito. Questo è l’auspicio.

Si potrebbe dire che siamo stanchi di norme come la 75 che si preoccupano solo di limitare i nostri redditi di dipendenti pubblici invece di valorizzare il nostro lavoro e di renderlo quindi capace di rispondere alle esigenze e ai bisogni sociali della società regionale.

Si potrebbe dire che non avremmo voluto arrivare a questo ritardo, che come molti colleghi ci comunicano, pesa su redditi magri e pesa per molti anche sulla loro possibilità di ferie.

Si potrebbe dire che la questione del bisogno di equiparazione nasce il 1 gennaio 2016 e andava risolto subito.

Si potrebbe dire che ci vorrebbe un po’ più di impegno da parte dell’amministrazione a rispettare i tempi di erogazione della produttività.

Ma questo lo abbiamo già detto.

Ora il nostro impegno come sempre è di tenervi informati e di spingere perché siano trovate le soluzioni più celeri a questa spiacevole situazione, che accomuna tutti i lavoratori del comparto.

Marvi Maggio- COBAS Regione Toscana