cobas sulla città invisibile: i fatti di Massa

Sull’uso dei fatti di Massa da parte della Regione Toscana per appesantire il controllo repressivo sui dipendenti

http://www.perunaltracitta.org/2018/09/22/sulluso-dei-fatti-di-massa-da-parte-della-regione-toscana-per-appesantire-il-controllo-repressivo-sui-dipendenti/

 

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commento ai fatti di massa

Un lavoratore della Regione Toscana ci ha inviato questo contributo:

Si percepisce un grande avvilimento tra noi dipendenti della Regione..

Quello che è accaduto a Massa qualche giorno fa porta acqua al mulino di coloro che, ormai da molti anni e molti governi, trovano conveniente (soprattutto dal punto di vista elettorale) discreditare, senza alcun distinguo, i lavoratori del pubblico impiego.

Ci si può aspettare da polizia e carabinieri che, indagando per individuare ed accertare reati, si limitino a verificare se siano state infrante o no regole formali (ed è per loro irrilevante il contesto), agendo poi di conseguenza. Ma il presidente della Giunta Regionale, e gli organi dell’amministrazione dovrebbero essere almeno in grado di distinguere tra chi ha apportato un sostanziale danno – economico e di immagine – all’ente, reiterando comportamenti palesemente illegali, e chi, ogni tanto, ha interrotto il lavoro per prendere un caffè.

Il buon senso direbbe che l’interruzione del servizio per fare una pausa di pochi minuti dovrebbe essere ritenuta normale e tollerabile, come confermato anche in qualche sentenza, “perché permette di recuperare le energie psico-fisiche e favorisce un successivo migliore espletamento del servizio”.

Ma per l’amministrazione e la Giunta Regionale i dipendenti dell’ente sono una pletora di scansafatiche, e quindi l’unico modo di farli lavorare è applicare regolamenti carcerari: massimo controllo, nessuna pausa consentita, e, beninteso, anche i videoterminalisti – cui per legge spetta una pausa di 15 minuti ogni 2 ore di lavoro al computer – non si sognino di interrompere il lavoro, ma svolgano un’altra attività di servizio (per esempio, qualche bella telefonata di lavoro, una pulitina alla stanza etc.).

Nessuno sprazzo di buonsenso viene a mitigare la vocazione carceraria di amministrazione e Giunta: il bar interno di Novoli (interno per definizione e sostanza, dato che non è utilizzabile altro che dai dipendenti regionali e dagli eventuali ospiti ed è ubicato in una sede regionale) si trasforma miracolosamente in bar esterno, al quale vengono equiparate pure le macchinette erogatrici di bevande poste all’interno di molti sedi regionali, e si afferma con serietà che anche per prendere una consumazione all’interno della propria sede bisogna timbrare e chiedere permesso personale; contemporaneamente il concetto di sede di lavoro si restringe, ignorando le sedi di lavoro reali – quelle ufficiali e effettivamente risultanti all’INPS e all’INAIL – con il sogno di poter letteralmente e finalmente legare ogni dipendente alla stanza assegnatagli, costringendolo a timbrare – servizio esterno o permesso personale – ad ogni allontanamento dalla sua scrivania.

Il che apre inquietanti scenari per le pause pipì… Che regole di comportamento vorranno adottare Presidente, Giunta e amministrazione per i dipendenti incontinenti?

E che fare per le missioni? Se, nella riunione cui si è stati inviati a partecipare, gli organizzatori hanno previsto un coffee breack, certo quella pausa andrà assolutamente tolta dal tempo di lavoro!

E se nel corso del viaggio di andata o ritorno dal luogo della missione, mi faccio un caffè o un bicchier d’acqua, di sicuro devo dichiarare l’orario della pausa e detrarlo dal tempo di viaggio!

In mezzo a questo insensato sconquasso ci stanno i dirigenti, ai quali spetta, per legge, i controllo dei dipendenti loro assegnati. E di colpe ne hanno: prima tra tutte, l’aver accettato senza fare un plisset, né individualmente né tramite i loro sindacati, i provvedimenti organizzativi, che si sono succeduti in questi ultimi anni: per realizzare “l’eliminazione delle Province” (riforma renziana senza capo né coda che Rossi, più renziano di Renzi, ha voluto realizzare alla velocità della luce, incurante dei danni che ne sarebbero conseguiti), con le successive riorganizzazioni dei servizi relativi all’ambiente, alla formazione e istruzione e adesso, ciliegina sulla torta, la creazione del nuovo ente ARTI con la riorganizzazione, che il cielo ci aiuti (ed aiuti, soprattutto, che cerca lavoro in Toscana) dei centri per l’impiego.

Tutti i dipendenti della Regione Toscana, in special modo quelli che provengono dalla Province, sanno che disastro organizzativo è conseguito a questa epocale riforma. E lo sanno bene pure i dipendenti restati alle Province e alle Città metropolitane. Ma dai dirigenti, o meglio dalle loro organizzazioni sindacali, manco una parola di dubbio o un invito alla cautela: nessun dirigente ha mosso un dito per segnalare questa situazione che è sotto gli occhi di tutti. D’altronde, vengono pagati per realizzare quello che Presidente e Giunta decidono, e se non sono d’accordo devono essere pronti ad accettare le conseguenze. E evidentemente nessuno di loro ha voglia di rischiare manco un po’ del lauto premio di produttività annuale, i soldi son soldi.

Rossi e la sua Giunta fanno comunque un bel complimento anche ai dirigenti dell’ente: evidentemente, li ritengono incapaci (d’altronde, anche logisticamente, non li hanno certo facilitati) di organizzare davvero il lavoro, e di controllarne lo svolgimento e la qualità, nonostante le macchinosissime procedure di controllo e monitoraggio, di qualsiasi aspetto del lavoro, messe a loro disposizione (onerose in modo tale che una bella parte dei dipendenti regionali è costretta a passare buona parte del tempo ad alimentarle, questo sì che è produttivo!).

E allora, ecco i dirigenti ridotti a fare i carcerieri di dipendenti sparsi per tutta la regione: qualche dirigente può vantarsi di avere dipendenti allocati in ben 10 sedi diverse. In queste condizioni ci si chiede già come sarebbe possibile – in un ambiente di lavoro civile e “normale” – un serio coordinamento del lavoro da parte del dirigente; ma è ancora più difficile il controllo occhiuto dell’orario di tutti quei dipendenti fannulloni.

C’è solo da pregare che all’amministrazione, per alleviare i dirigenti dall’onere di controllare i galeotti, non venga in mente di assegnare il ruolo di secondini ai disgraziatissimi titolari di PO: ci avevano già provato, ma il fatto che anche nell’ultimo contratto di lavoro i poteri del datore di lavoro siano chiaramente assegnati solo ai dirigenti (che prendono uno stipendio degno di questa responsabilità) ha un pochino ostacolato il progetto. D’altronde, se si ha il controllo sui dipendenti, si ha anche la responsabilità in caso di mancato controllo, e la retribuzione delle PO non è proporzionata ai rischi.

Ma a nessuno, e a Rossi e compagnia in particolare, viene in mente che, forse, i dipendenti non sono una banda di oziosi perditempo (quelli che non sono proprio furfanti matricolati, certo): se qualche servizio sta ancora in piedi, se qualcosa continua a funzionare, sappiamo tutti che è grazie al lavoro – spesso fatto NONOSTANTE le regole vigenti definite dall’amministrazione e la ristrettezza dei mezzi finanziari e strumentali – svolto dalla maggior parte dei dipendenti: che cercano disperatamente di coordinarsi tra di loro, che inventano soluzioni creative per erogare meglio i servizi, che si prodigano verso il pubblico ben oltre quello che sarebbe loro dovere. E non so come mai, l’amministrazione, che è tanto attenta ai 5 minuti della pausa caffè, non si è mai presa la briga di calcolare quante ore in più, non pagate in alcun modo, tanti dipendenti fanno ogni mese oltre alle ore dovute…

E a nessuno viene in mente che, se adesso si ricomincia a parlare con forza di riassegnare al pubblico servizi essenziali – per esempio, la gestione degli acquedotti o le autostrade – e se la grande ubriacatura di “privato è bello” a tutti i costi sta facendo i conti con l’amara realtà (che privatizzare tutto arricchisce pochi senza portare ad un reale miglioramento dei servizi, che, però, costano di più), allora sarebbe il caso di smetterla di dare addosso ai dipendenti pubblici con la scusa dei “furbetti del cartellino” (oddio, questa definizione non si può più sentire…), esiguissima minoranza di una categoria di lavoratori che si prodiga, incurante degli stipendi fermi non ci ricordiamo più neppure da quanto tempo, decimati dal mancato turn over generazionale, con sempre meno risorse, finanziarie e strumentali a disposizione, resistendo implacabilmente a tutte le “riorganizzazioni” dissennate venute in mente a governanti nazionali e locali, a far funzionare almeno un minimo tutti i servizi degli enti locali, la scuola, la sanità, per menzionare solo alcuni settori.

E forse, adesso, anche tutti i sindacati di tutte le categorie del pubblico impiego dovrebbero riflettere su questo possibile cambiamento di filosofia, smettere di giocare solo in difesa, e rivendicare con orgoglio tutti i piccoli e grandi miracoli che in tanti enti, in tanti posti, in tutti i settori, tanti dipendenti pubblici riescono a fare quotidianamente al servizio dei cittadini.

un lavoratore della Regione Toscana

quando le parole non bastano ci vuole la lotta!

A VOLTE SI DEVE RIBADIRE CHE ESISTE UN CONFINE CHE NON PUÒ ESSERE OLTREPASSATO.

Quando le parole non bastano, quando la ragione non trova ascolto, è necessario dire NO in modo secco e deciso. Non si può esitare.

Esiste una soglia insuperabile, quella oltre la quale il “datore di lavoro” nega il rispetto e la dignità che è insita in ogni essere umano, in ogni lavoratore. Stiamo parlando del rispetto dell’umanità delle persone, qualcosa che esiste prima di ogni contratto. E’ la premessa di qualsiasi relazione sociale che non sia di alienazione e annichilimento della nostra umanità.

Nessuno può negare che un lavoratore è prima di tutto una persona, prima ancora di essere un lavoratore. E come tale ha un valore assoluto, non economico, un valore di esistenza, per il puro fatto di esistere, non per la sua utilità o tanto meno per la sua attitudine ad essere sfruttato (cioè sottopagato come siamo noi) e spremuto per gli interessi (economici e politici) di altri.

Quello che sta succedendo qui, la paura che serpeggia, non è un caso. I fatti di Massa vengono utilizzati esattamente per quello per cui le norme Madia (e quelle Bongiorno) sono state predisposte: umiliare i dipendenti pubblici, ridurli a bambini da punire e zittire, renderli ridicoli chiamandoli furbetti e fannulloni, impedire che siano i traini delle rivendicazioni per i diritti di tutti i lavoratori (in particolare di quelli con meno diritti), impedire che pretendano paghe adeguate al lavoro che fanno.

Il permesso personale di 36 ore serve per fare commissioni personali, non certo per assolvere a bisogni fisici come andare al bagno, bere acqua, mangiare una caramella o un panino e bere un caffè. Perché? Perché sono pratiche necessarie alla vita che richiedono pochi minuti, esattamente come alzarsi dalla sedia almeno ogni due ore perché il sangue circoli e sospendere il lavoro al computer. Ricordando che ogni due ore chi utilizza il computer deve interrompere per un quarto d’ora l’uso del videoterminale, certo può fare un altro lavoro, ma questo segna il fatto che non siamo macchine ma umani e che l’interruzione fa parte dell’orario di lavoro. Tuttavia proprio chi dovrebbe assicurarsi che siano prese queste precauzioni necessarie alla nostra salute si dimentica che non siamo macchine. E il rispetto se non viene riconosciuto va preteso.

Ognuno paghi per le sue colpe, non per quelle degli altri

I fatti di Massa, (i colleghi che sono accusati di non aver timbrato in modo corretto, innocenti fino a verifica di prova contraria), sono fatti specifici da analizzare nella loro specificità: prima di tutto la giustizia sommaria non è propria di uno stato di diritto. Quando i potenti hanno per caso un loro amico inquisito o rinviato a giudizio gridano contro il giustizialismo, chiedono garantismo. Nessuno lo fa per i dipendenti pubblici di cui si presume la colpevolezza. Esistono tre gradi di giudizio in Italia per quasi tutti i reati, proprio per poter valutare la consistenza e la credibilità delle accuse. E’ veramente incredibile che timbrare in modo scorretto sia uno dei pochi reati che prevede l’arresto. Quasi mai lo stupro, mai l’omicidio, derubricato a colposo, dei lavoratori sui posti di lavoro, mai l’evasione fiscale da 180 miliardi di euro all’anno (anzi si fanno condoni e pace fiscale).

A chi pensa che bere un caffè in un bar interno non sia da fare in orario di lavoro, che vorrebbe un lavoratore che non interrompe mai il suo lavoro, ricordiamo che ogni tanto invece si deve interrompere il fare per pensare e verificare quello che si sta facendo, per porsi delle domande sui risultati e su come potrebbero essere migliori. E questo lo si può fare camminando, facendo le scale e bevendo il caffè. Theodor Adorno scrive (in Minima Moralia, meditazioni sulla vita offesa) che quello che è da temere è la cieca furia del fare, l’aumento della produzione in direzione di uno sviluppo in una sola direzione dominato dalla quantificazione, ed ostile alla differenza qualitativa. Proprio la qualità deve diventare il fulcro della PA e non il fare senza sosta e senza pensare.

Come si fanno lavorare le persone? Rispettandole, gratificando (soprattutto economicamente) le loro capacità e competenze, rispettando la loro umanità, stimolando qualità e non quantità, qualità che nasce dalla libertà, non dalla costrizione, qualità che nasce dalla cooperazione e non dalla competizione, dal rancore e dalla rabbia. Vorremmo sentire parlare non solo di quantità, ma anche di qualità.

Il 25 settembre ci troveremo in assemblea: tratteremo della produttività semestrale non ancora erogata, ma sarà anche opportuno definire forme di lotta per impedire che si usino fatti di cronaca per ridurre i nostri diritti di lavoratori.

Quando le parole non bastano ci vuole la lotta!

Marvi Maggio – Cobas Regione Toscana

produttività, oh cara!

Produttività, oh cara!

Il 6 settembre 2018, la RSU è stata convocata ad un tavolo sindacale con l’amministrazione sulla costituzione del fondo del salario accessorio 2018.

In quella sede l’amministrazione si è impegnata a informarci se metterà in atto l’idea di predisporre una legge che le consenta di aumentare il fondo del salario accessorio rispetto al tetto del 2016. L’aumento di 5,7 milioni di euro serve per l’equiparazione verso l’alto della produttività di tutti i dipendenti. Queste risorse, che comprendono gli oneri riflessi, sono previste nella legge di variazione di bilancio regionale approvata dal Consiglio lo scorso 17 luglio.
La soluzione della legge regionale è stata delineata perché non è stato ancora approvato il DPCM che era previsto entro fine luglio e avrebbe dovuto indicare i parametri che consentono alle regioni di superare il tetto del salario accessorio del 2016. I parametri sono il rispetto di uno specifico rapporto tra spese di personale e le entrate correnti e il pareggio di bilancio.
Il dato è che il rapporto tra spese di personale e le entrate correnti in Regione Toscana entra ampiamente in quello che si prevede sarà contenuto nel DPCM e contemporaneamente la regione rispetta il pareggio in bilancio. Quindi si tratta di una questione di forma più che di sostanza: trovare la soluzione normativa per ottemperare alla mancanza del parametro da rispettare che avrebbe dovuto essere contenuto nel DPCM. E la soluzione potrebbe essere anche una delibera, come è successo in altre Regioni.

Come i lavoratori sanno bene c’è una questione di tempi. La produttività avrebbe dovuto essere corrisposta ad agosto, come sempre. Che si sarebbe determinata questa differenza da colmare fra produttività ex provinciali e regionali storici, si sapeva dal 2015 o quantomeno dal 1 gennaio 2016. Ne consegue che è davvero inaccettabile il ritardo nel pagamento della quota semestrale di produttività. Tutti i lavoratori sono profondamente indignati per non aver ricevuto una parte della retribuzione che spetta loro di diritto. Situazione aggravata dal fatto che l’amministrazione non ha dichiarato quando assolverà ai suoi doveri di datore di lavoro.

Nel caso il 6 settembre, l’amministrazione ci informi che la legge non è possibile oppure che è possibile ma capiamo che i tempi si allungano troppo, bisognerà trovare un’altra soluzione, come la delibera.
L’idea di firmare un accordo sul salario accessorio 2018 senza che al suo interno siano compresi i fondi per l’equiparazione è rischiosa e controproducente perché sancirebbe la nostra accettazione come RSU (con tanto di firma sull’accordo) di questa situazione (inaccettabile, visto che i lavoratori pagherebbero le scelte dell’amministrazione). Inaccettabile perché sulla equiparazione verso l’alto ci siamo detti d’accordo come RSU più di una volta e questo comporta una costituzione del fondo con le risorse aggiuntive. Sappiamo anche che una nota in premessa non ci garantirebbe dall’essere responsabili di accettare che quei soldi non ci siano in quella quantificazione del fondo. Proprio quello che non dobbiamo fare. Abbiamo ormai da tempo immemorabile chiesto alla regione di trovare i fondi per l’equiparazione, l’abbiamo ottenuto, questa è una vittoria importante. Sul fatto di non diminuire il reddito esistente dei lavoratori non si può non essere fermi ed è la premessa e la condizione per avviare poi il contratto decentrato.
E’ importante non farci trovare impreparati perché i tempi sono già sfuggiti di mano. Quindi auspichiamo che la soluzione normativa risulti percorribile e celere, ma se questo non si verificasse sarà necessario chiedere subito la delibera, e per farlo con più forza, convocare assemblee dei lavoratori e lanciare lo stato di agitazione.

Marvi Maggio – Cobas Regione Toscana

produttività ed equiparazione

Molti lavoratori chiedono perché e cosa stiamo facendo

Niente produttività fondo 2018 neppure ad agosto, di solito la prima semestralità era a luglio. Malgrado le valutazioni siano state effettuate nei tempi. Perché?

Questo fondo del trattamento accessorio 2018 sarà unico e comprenderà tutti i fondi prima separati degli ex provinciali e quello dei regionali di lungo corso.

In conseguenza di questo fondo unico, abbiamo bisogno di un po’ di milioni per quella che abbiamo definito equiparazione verso l’alto della produttività. Una equiparazione per cui ci siamo spesi noi (si trova nel nostro programma) e si è spesa tutta la RSU.

La buona notizia è che l’amministrazione ha approvato una variazione di bilancio che individua e rende disponibili le risorse da utilizzare per l’equiparazione verso l’alto: si tratta di circa 4 milioni (5,7 milioni con gli oneri riflessi).

Perché allora non si paga la prima semestralità con, finalmente, la stessa produttività per tutti, equiparata verso l’alto?

Qui arriva la cattiva notizia: perché il fondo 2018 possa superare il tetto del fondo 2016 (limite disposto dalle norme nazionali, il DL 25 maggio 2017,n.75, art.23, comma 2 e possibilità di deroga con comma 800 art 1 della legge di bilancio 2018) è necessario rispettare due parametri: il rapporto tra spese di personale e le entrate correnti e il pareggio di bilancio. Tuttavia questa norma non definisce quale sia il rapporto accettabile e lo dovrà fare un DPCM che avrebbe dovuto secondo le previsioni dell’amministrazione, essere predisposto entro luglio o agli inizi di agosto. Invece ad oggi non c’è e impedisce la costituzione del fondo con in più i milioni per l’equiparazione.

Il comma 800 art 1 della legge di bilancio 2018 da un lato chiede alle regioni che vogliano aumentare il fondo per “armonizzare” i trattamenti accessori, di rispettare entrambi i criteri del DL n.75, ma consente anche che le regioni possano utilizzare proprie risorse nel rispetto dell’equilibrio di bilancio. L’equilibrio di bilancio la regione ce l’ha e ha anche un rapporto tra spese di personale e le entrate correnti che rientra ampiamente in quello che sembra sarà il limite indicato nel DPCM in formazione.

Ci siamo trovati in assemblea RSU ieri, 7 agosto, e poi abbiamo incontrato l’amministrazione per il tavolo sindacale. L’amministrazione ci ha informati che non riteneva più, come nello scorso incontro del 27 luglio, che l’emanazione del DPCM fosse imminente e ha proposto un piano B: verificare entro fine agosto la fattibilità di una legge regionale che consenta di operare la quantificazione del fondo 2018 con le somme aggiuntive che superano il tetto 2016 prima del DPCM. Si tratterebbe di una legge che si muove molto più rapida del solito. Questo è l’auspicio.

Si potrebbe dire che siamo stanchi di norme come la 75 che si preoccupano solo di limitare i nostri redditi di dipendenti pubblici invece di valorizzare il nostro lavoro e di renderlo quindi capace di rispondere alle esigenze e ai bisogni sociali della società regionale.

Si potrebbe dire che non avremmo voluto arrivare a questo ritardo, che come molti colleghi ci comunicano, pesa su redditi magri e pesa per molti anche sulla loro possibilità di ferie.

Si potrebbe dire che la questione del bisogno di equiparazione nasce il 1 gennaio 2016 e andava risolto subito.

Si potrebbe dire che ci vorrebbe un po’ più di impegno da parte dell’amministrazione a rispettare i tempi di erogazione della produttività.

Ma questo lo abbiamo già detto.

Ora il nostro impegno come sempre è di tenervi informati e di spingere perché siano trovate le soluzioni più celeri a questa spiacevole situazione, che accomuna tutti i lavoratori del comparto.

Marvi Maggio- COBAS Regione Toscana

COBAS: Contro il governo reazionario guidato da Salvini

Contro il governo reazionario guidato da Salvini

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Crolla il bluff “né di destra né di sinistra, né fascisti né antifascisti” dei 5 Stelle: è un governo reazionario, xenofobo, razzista, sessista e omofobo, quello di fatto guidato da Salvini.

Hanno tuonato per anni contro i presidenti del Consiglio non eletti e poi hanno installato un “signor Nessuno” senza alcuna autonomia; avevano strepitato contro gli accordi tra Renzi e Berlusconi e hanno stipulato un “contratto” tra partiti che si sono demonizzati per anni; avevano strillato per gli “inciuci” contro il popolo sovrano, ed hanno incollato al governo due partiti presentatisi agli elettori in schieramenti contrapposti. Ma questo sarebbe solo l’ennesima dimostrazione dell’ultrasecolare trasformismo italico, se poi il tutto non si fondasse sul programma della Lega, forza dominante di un governo che, oltre a storici rappresentanti della “casta” come Savona, Moavero e Tria, propone figure di bassissimo profilo che dovranno  eseguire il programma di una formazione reazionaria, in perfetta sintonia con l’ultra-destra di Le Pen, Orban, dei governi polacchi ed austriaci. Si tratta di una versione moderna del nazionalismo reazionario che non abbisogna più di dittature ma che propone in tutta Europa chiusure nazionalistiche, sovranismo velleitario, xenofobia, odio verso i “negher”, sessismo, omofobia, disprezzo della cultura, del sapere, della conoscenza competente, culto delle armi e della sottomissione del debole e del “diverso”; con in più l’ultra-liberismo e il mito della “fabbrichetta”, del “farsi da sé” sulla pelle degli altri e del non pagare le tasse.

Sono bastate due settimane di governo e le illusioni di coloro che, da sinistra e per avversione (giustificata) verso il PD e Renzi, avevano preso sul serio le promesse dei 5 Stelle, sono state brutalmente travolte. I leghisti di Salvini, usando spietatamente i migranti dell’Aquarius, già distrutti dalla prigionia in Libia organizzata dal precedente governo PD, e pur partendo da un 17% di voti, stanno divorando quello strano “animale” a 5Stelle, che si presupponeva (Di Battista dixit) “nè di destra nè di sinistra, né antifascista perché il fascismo è morto e sepolto”: che, pur con il doppio di eletti/e, nel giro di dieci giorni ha sottoscritto l’intera piattaforma anti-immigrati di Salvini, con Toninelli che ha controfirmato la chiusura dei porti e Di Maio che ha confermato “l’assoluta identità di vedute nel governo sul tema immigrazione.”

Ma l’aspetto reazionario del governo Salvini-Di Maio non riguarda solo la politica sull’immigrazione. C’è l’oscena legge “per la legittima difesa”, che introduce la pena di morte senza processo, autorizzando i “benpensanti” a sparare su chiunque si introduca nelle proprie case; c’è laflat tax, che ridurrebbe sensibilmente le tasse ai ricchi  massacrando le già poche risorse per i servizi sociali; c’è una concezione forcaiola delle libertà civili e repressiva dei conflitti, come promette l’ incubo di Salvini al Ministero degli Interni; c’è il blocco della riforma della giustizia e il trionfo della logica manettara alla Davigo “non esistono gli innocenti, sono solo colpevoli non ancora smascherati”, con il dilagare di “agenti provocatori di Stato”, premi ai delatori, costruzione di parecchie nuove carceri; c’è l’omofobia e il sessismo aperto del ministro Fontana per il quale le diversità di orientamenti sessuali vanno semplicemente cancellate; ci sono i legami con l’Internazionale europea, razzista, sessista e xenofoba e fascistoide. C’erano poi le mirabolanti promesse di cancellare la legge Fornero, la “Buona scuola”, il Jobs Act e di dare il mitico “reddito di cittadinanza”, che tanto interesse e attese avevano suscitato in vasti settori popolari e salariati. Ma gli ottimi rapporti stabiliti con le organizzazioni padronali ci fanno prevedere che nulla di serio verrà toccato né sulle pensioni né sulle leggi sul lavoro. E come i 5Stelle vogliano difendere i lavoratori/trici dalla precarietà lo abbiamo già visto nel conflitto, con i COBAS in prima fila, nelle Telecomunicazioni dove, al di là delle chiacchiere sul “reddito di cittadinanza”, circa 30 mila addetti subiranno per l’ennesima volta tagli salariali e precarietà per un accordo esaltato dai 5 Stelle come esempio dei “nuovi rapporti di lavoro”.  In quanto poi alla “buona scuola” qualcuno/a può seriamente credere che Bussetti, dirigente dell’USP di Milano e dell’Ufficio Scolastico Regionale della Lombardia e già  preside “distaccato”, che in questi anni ha fedelmente applicato la Legge 107, possa buttare per aria i poteri assegnati ai capi di istituto, i bonus, l’Alternanza scuola-lavoro e i quiz Invalsi? Non basta vedere come siano sparite le promesse di rendere giustizia alle maestre diplomate magistrali fatte da Lega e 5Stelle, quando ora Pittoni (responsabile scuola della Lega) dice che “è troppo tardi ora per sanare adeguatamente la situazione, ci doveva pensare prima la Fedeli”?

Ci sono poi due vicende altamente indicative dell’attuale clima politico. La prima riguarda la  costruzione dello stadio della Roma. Il “dominus” della corruzione, Lanzalone, fa parte della lunga serie di “tecnici” senza scrupoli che, su mandato di Casaleggio, Di Maio, Bonafede, e Fraccaro, i tre ministri principali 5Stelle del governo, hanno imposto  alla sindaca Raggi.  C’è infine l’intollerabile voto del Consiglio comunale di Roma per intestare una strada al boia Almirante. Qui non si giocava la sopravvivenza del governo e men che meno della giunta Raggi che ha una maggioranza schiacciante al Comune. Semplicemente i consiglieri 5 Stelle hanno condiviso il peana della Meloni per Almirante, l’uomo delle leggi razziali, l’esaltatore del razzismo come segno patriottico, presentato come un “fondatore della patria, uno dei politici italiani più importanti e meritevoli del secolo scorso”. E, in linea col Di Battista dell’”antifascismo non ha senso perché il fascismo è morto” hanno votato per dare gloria ad Almirante. Che poi qualcuno abbia richiamato all’ordine gli sciagurati, avendo percepito l’effetto mediatico, non cambia la sostanza.

Insomma, per tutti questi validissimi argomenti i COBAS dichiarano la loro avversità a questo governo e lo combatteranno nei prossimi mesi almeno come abbiamo fatto nei confronti di tutti i governi di centrodestra e centrosinistra degli ultimi anni.

Piero Bernocchi  portavoce nazionale COBAS

18 giugno 2018

http://www.cobas.it/Notizie/Contro-il-governo-reazionario-guidato-da-Salvini

 

A Firenze un gruppo di auto aiuto per fibromialgici

Una malattia sempre più diffusa che lascia soli ed isolati nel dolore

In occasione della Giornata Mondiale della Fibromialgia che si è svolta il 12 maggio scorso, il Coordinamento Toscano dei Gruppi di Auto ­Aiuto ha annunciato la nascita di un nuovo gruppo di Auto ­Aiuto per la Fibromialgia.

“Fibromialgia: affrontiamola insieme” è nato grazie alla collaborazione attiva del  Quartiere 4  e sarà attivo a partire da settembre 2018.

La Fibromialgia è una sindrome complessa che colpisce il circa 4% della popolazione, circa 2 milioni di persone in Italia.  Da fonte Medical News  si evince che ad essere colpite sono in prevalenza le donne, anche se recenti studi, hanno dimostrato un forte aumento anche nei maschi e adolescenti e bambini.

La malattia è caratterizzata da dolore cronico diffuso, fluttuante e migrante che interessa muscoli, tendini e legamenti, associato a rigidità, astenia (calo di forza con affaticabilità), insonnia o disturbi del sonno, alterazioni della sensibilità (come eccessiva percezione degli stimoli) e calo dei livelli di serotonina, con possibili disturbi d’ansia e depressivi.

Tali sintomi hanno significative ripercussioni sulla qualità di vita delle persone che ne sono affette, a livello relazionale, sociale e lavorativo.

La complessa manifestazione clinica e l’incertezza circa l’eziopatogenesi di questa sindrome la rendono oggetto di dibattito e ne evidenziano le criticità in termini di intervento, portando il malato fibromialgico a vivere in una situazione di incomprensione e talvolta di isolamento.

Sebbene l’Oms abbia riconosciuto già dal 1992 l’esistenza della Fibromialgia e nonostante anche altre organizzazioni mediche di carattere internazionale l’abbiano considerata una malattia cronica, solo una parte dei Paesi europei ha condiviso questa posizione e tra questi non figura l’Italia.

Tuttavia, in questi ultimi anni l’interesse per la sindrome fibromialgica sta aumentando progressivamente grazie a una maggior presa di coscienza medica dell’esistenza di tale sindrome, alla presenza di associazioni di malati che rivendicano una loro identità, e ad una maggiore attenzione da parte dei mezzi di comunicazione nei confronti della malattia e di chi ne è affetto.

Da qui l’importanza di dar voce alla sofferenza dei malati di Fibromialgia, attraverso un gruppo di Auto ­Aiuto, che possa restituire loro potere e autonomia nella gestione e nella condivisione del proprio disagio in un clima di accoglienza, ascolto ed empatia, e che possa creare una rete di supporto per i malati di Fibromialgia, complementare a quella dei servizi sanitari e delle istituzioni, al fine di migliorarne significativamente la qualità di vita.

Il gruppo di Auto ­ Aiuto “Fibromialgia: Affrontiamola insieme” è uno dei gruppi attivi sul territorio toscano sotto la supervisione del Coordinamento Toscano dei Gruppi di Auto Aiuto, associazione di volontariato formata da gruppi e associazioni.

L’associazione nasce nel 1996 per rappresentare i gruppi davanti alle Istituzioni e ai Servizi.

E’ tra le associazioni socie fondatrici del CESVOT, il Centro Servizi per il Volontariato della Regione Toscana. Ha inoltre contribuito alla costituzione del Coordinamento Nazionale dei Gruppi di Auto ­ Aiuto, al fine di favorire il confronto e lo scambio tra le varie esperienze nazionali di self help. Rappresenta l’Italia nel Network Europeo del Self Help, una rete di associazioni ed enti che ha lo scopo di promuovere il dibattito culturale e scientifico sul tema dell’Auto ­ Aiuto attraverso meeting, progetti e ricerche scientifiche.

Per informazioni contattare Francesca Gori – mail francescagori@yahoo.it – recapito tel: 3403134154 oppure la facilitatrice di gruppo Rosaria Mastronardo – mail rosaria.mastronardo@gmail.com – recapito tel: 3341098819

http://www.firenzewow.it/a-firenze-un-gruppo-di-auto-aiuto-per-fibromialgici/