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sulle chiusure estive e altre vessazioni

La sostanza e la forma. No alla de-umanizzazione

La goccia è stata la luminosa idea di chiudere la regione dal 16 al 18 agosto, dandone informazione l’8 giugno. Più che di goccia si è trattato di un secchio d’acqua lanciato con noncuranza (e tracotanza) sul già saturo livello di sopportazione dei lavoratori, provati già da troppi strappi.

Potete immaginare le giuste proteste dei dipendenti regionali che ci sono arrivate subito: io ho già organizzato le ferie, possono operare una simile scelta così tardi?; come possono imporre ulteriori chiusure ben dopo la programmazione delle ferie?; questo è davvero troppo!; le chiusure sono state segnalate a inizio d’anno, quale sarebbe il motivo di questa novità?; noi abbiamo faticosamente programmato le ferie per tener aperto il servizio, farlo funzionare allora interessa solo a noi?; ma non avevano detto che la regione era aperta e vicina ai cittadini?

Da tanti punti di vista è una scelta assurda e senza senso.

E’ in contrasto con la motivazione di rendere accessibili i servizi offerti dalla regione.

Possiamo solo azzardare delle ipotesi.

Il fatto che lo sviluppo tecnico abbia raggiunto una fase che consentirebbe letteralmente a tutti di esercitare tutte le funzioni, fa sì che l’accesso alle élite sembri aperto ad ognuno. Si attende solo la cooptazione. La qualifica consiste nell’affinità a chi è al potere, nell’adesione allo spirito tecnocratico, fino a un’allegra realpolitik. Esperti, sì, ma di controllo. Viene preferito chi si adatta meglio.

Machiavelli direbbe che le crudeltà “male usate sono quelle le quali, ancora che nel principio sieno poche, più tosto col tempo crescono che le si spenghino” (Il pincipe, VIII, De his qui per scelera ad principatum pervenere). Chi le esercita è impossibile che si mantenga al potere. Contiamo sulla vista lunga di Niccolò.

Ci siamo trovati di fronte vessazioni contenute in norme statali (vedi i nuovi motivi di licenziamento nel pubblico impiego) e vessazioni specifiche, con la loro coloritura locale: il bar interno, è esterno; fra i due palazzi di Novoli c’è il confine; dirigenti che dicono, badate a voi, che non vi proteggo, come se qualcuno ci avesse mai sperato. Tutta l’attenzione è portata alla forma e non alla sostanza. L’intelligenza e la capacità, la creatività e l’umanità non contano nulla: tutto è ridotto a regole da caserma o più in generale da istituzione totale. Foucault ci aveva avvertito: il bio-potere è al lavoro.

I lavoratori sono ridotti alle loro funzioni lavorative, escludendo il loro valore al di là del fine, come persone. Anche se può sembrare strano ai burocrati e ai carcerieri, le persone raggiungono i fini quando NON sono ridotte a cose, finalizzate ad uno scopo, quando sono considerate appunto persone, umane a tutti gli effetti.

Qualcuno qui in regione sembra ritenere che possiamo essere trattati da oggetti soggiogati disponibili ad essere de-umanizzati, ma è esattamente quello che NON possiamo accettare.

Noi pensiamo che i lavoratori non debbano essere determinati in se stessi come strumenti di lavoro (astratto, alienato) ma che siano fini viventi. Il vivente in quanto vivente non è una cosa, un equipaggiamento, ma un fine in sé.

Chi è de-umanizzato non deve avere il potere di proiettare la sua de-umanizzazione su tutti gli altri.

Chiediamo quindi di rimettere i piedi per terra e di smetterla di pensare e proporre cose senza senso e di iniziare a pensare alle cose serie: in primo luogo rispondere alle domande sociali della società toscana e non a quelle di lobbies infami. Rispettare i lavoratori e non proporre regole da 1984 di Orwell.

Ci dispiace che nessuno nel CD abbia detto no. Ma il No spetta in primo luogo a noi lavoratori.

No alle vessazioni, no alle punizioni esemplari, no alla stupidità.

Rimaniamo solo noi lavoratori a voler provare a dare un senso al nostro lavoro che si basi sulla sostanza e non sulla burocrazia e sulla disumanità. Noi vogliamo restare umani e quindi rispediamo al mittente prima di tutto la stupidità e le vessazioni senza senso.

Marvi Maggio – Cobas Regione Toscana

sui licenziamenti nel pubblico impiego

Le colpe dei potenti hanno tre gradi di giudizio, vanno in prescrizione e si insabbiano, quelle presunte dei subordinati si puniscono, e subito, senza se e senza ma! E voi avete capito cosa sta succedendo?

Sui licenziamenti nel pubblico impiego.

E dal momento che questo principio è l’ingiustizia, ecco che l’uomo ingiusto diventa, regolarmente, il giusto, e non solo per effetto di un’illusione o di un inganno, ma in quanto è sostenuto dall’onnipotenza della legge che governa la riproduzione della società” ( Adorno Theodor, 1954, [1951], Minima moralia, 1946-47, Einaudi, pag. 221)

Due pesi e due misure

I membri del consiglio di presidenza di Giustizia e Libertà hanno chiesto a fine marzo 2017 le dimissioni della ministra Marianna Madia dopo l’inchiesta del Fatto Quotidiano sulla sua tesi di dottorato: “Il Fatto ha documentato che la tesi di Dottorato del ministro Marianna Madia contiene intere frasi plagiate da opere di altri autori. Comunque si vogliano leggere le percentuali di testo non originale è un fatto molto grave, ed è gravissimo che i grandi giornali italiani non se ne stiano occupando. Perché qui non si tratta di quantità. Si tratta di qualità, si tratta di etica”. Il dottorato è stato conseguito presso IMT di Lucca. Libertà e Giustizia afferma: “Ora, questo comportamento diventa gravissimo quando riguarda chi è ora un ministro della Repubblica. Ed è politicamente insostenibile quando riguarda un ministro che ha proposto una riforma della Pubblica amministrazione che brandisce il vessillo della ‘meritocrazia’ e si propone la caccia si ‘furbetti’. Ora la ministra Marianna Madia ha la possibilità di migliorare davvero la Pubblica Amministrazione. Dimettendosi” (F.Q., “Tesi di Dottorato copiata”, Il Fatto Quotidiano, 30 marzo 2017).

La Ministra tedesco dell’istruzione Annette Schavan aveva plagiato parti della sua tesi di dottorato e il titolo le è stato revocato dall’Università di Dusseldorf dove l’aveva conseguito e la ministra ha presentato subito le dimissioni.

La ministra Madia ha risposto minacciando “valuteranno i giudici i danni che ho subito”. Da fine marzo niente più nuove sul tema. Insabbiato? Timori delle denunce della ministra? Molti articoli parlano di “presunto plagio” sapendo che i potenti quando vengono colpiti attaccano, possono attaccare, hanno i soldi per le cause, a differenza di chi sta in basso. Con il nuovo testo unico sul pubblico impiego, noto come Madia, fra le cause di licenziamento ci sono “le false attestazioni per ottenere posti e promozioni”. Le regole evidentemente sono per i sudditi, non per i re, per questo vanno calpestati.

Non abbiamo letto nulla su questo argomento su Toscana Notizie.

Il 15 maggio 2017 su Toscana Notizie appare uno scarno comunicato: “In applicazione di quanto previsto dalle nuove regole in materia di sanzioni disciplinari nella pubblica amministrazione, un dipendente della Regione Toscana è stato licenziato per falsa attestazione in servizio tramite timbratura del cartellino. Il provvedimento è stato preso dall’ufficio disciplina nei giorni scorsi, sulla base della cosiddetta normativa Madia che ha introdotto la procedura abbreviata” (Paolo Ciampi, “Licenziato dipendente”, Toscana Notizie, 15 maggio 2017).

Così apprendiamo che in Italia si possono insabbiare i processi per le stragi di stato, si possono non punire le torture avvenute durante il G8 di Genova 2001 perché non c’è una legge sul reato di tortura, apprendiamo che non è un reato grave che presuppone il licenziamento in tronco la tangente che ruba miliardi ai fondi pubblici, ma lo è l’uso scorretto del cartellino, è ovvio, non si può non punire l’uso scorretto del cartellino! Sarà perché in una società capitalista il tempo è denaro, peccato che lo stipendio del pubblico dipendente, non del raccomandato, ma di quello assunto con concorso, (e non del dirigente che è super-pagato) in Italia sia simile a un sussidio di disoccupazione di altri paesi europei! Visto che un’ora del lavoro del funzionario della Regione Toscana è pagata 10 euro lordi, e noi le tasse le paghiamo per intero, si tratta di ben poca cosa dal punto di vista economico, quando parliamo di una frazione di tempo in meno di lavoro.

Inoltre la pena per l’uso scorretto del cartellino non differenzia una scollamento di pochi minuti da assenze protratte perché queste sottigliezze sono delegate ai giudici che in questo caso possono intervenire solo quando la sanzione è comminata. Ma la punizione è urgentissima?!

Va ricordato che l’assenza dal lavoro senza giustificazione era già, prima di Madia, una delle ragioni di licenziamento nel pubblico impiego. In questo caso invece il licenziamento in tronco senza nessun grado di giudizio, avviene non per assenza dal lavoro, ma per “falsa attestazione in servizio tramite timbratura del cartellino”, che può ridursi ad un mero errore nella timbratura. Licenziamento immediato che come sappiamo non è previsto per reati ben più gravi (mafia e tangenti).

La presunzione di colpevolezza

Ma i giornalisti che scrivono sul tema con tanto odio per i dipendenti pubblici, hanno mai timbrato, da un minimo di quattro a sei volte al giorno o più? Hanno mai riempito gli estenuanti moduli in burocratese che devono giustificare tutti i permessi personali, ma anche il servizio esterno alla sede, la missione, il corso di formazione etc, etc? Sanno che in caso di missione per i dipendenti della Regione Toscana il tempo di viaggio non è considerato tempo di lavoro e quindi si configura come un tempo di lavoro non retribuito? Sanno che va fatta una timbratura e compilato un modulo per ogni piccolo spostamento? La disposizione che va effettuato servizio esterno (cioè lavoro fuori dalla sede di servizio, tipicamente in altra sede della regione ma nella stessa città della propria sede), o missione (fuori dalla propria città di assegnazione) è del dirigente ma il dipendete deve compilare il modulo di richiesta del servizio esterno e inoltrarla allo stesso dirigente, come se chiedesse un permesso personale, poi deve compilare quella dello svolgimento del servizio esterno, o svolgimento della missione, ovviamente dopo e solo se il dirigente ha vidimato il permesso per il servizio esterno o la missione. E sanno che se il dipendente va in missione oltre a chiedere di andare in missione attraverso un modulo, deve pure comprarsi i biglietti e chiedere l’anticipo? No, questo trattamento che presume la colpa non è un trattamento destinato a tutti i lavoratori: probabilmente per i giornalisti viene valutato come lavorano, non ogni singolo spostamento (per esempio l’interruzione del lavoro per cibo, gabinetto, caffè, bottiglietta d’acqua, dopotutto siano esseri umani), ritenuto irrilevante ai fini della loro attività.

Il lavoro dei dipendenti pubblici è sottoposto a molteplici vagli: oltre alla timbratura del cartellino che segna la presenza in servizio, c’è la valutazione degli apporti individuali contenuti nei piani di lavoro ogni sei mesi con tanto di voti (da 0 a 7) sui vari compiti e attività e sui vari comportamenti. Poi ci sono gli strumenti elettronici: telefono e computer. Su ogni computer è installato un software che è in grado di controllare tutto proprio come immaginato dal Orwell, ma ovviamente è a fin di bene, contro i cattivi, ma questo lo credono solo i fessi e i criminali che ritengono che il fascismo sia contro il male, e non il male in sé.

La cosa sconcertante è che la Regione Toscana fa seguire i corsi anti-corruzione obbligatori ai dipendenti che non hanno nessun potere decisionale e non a chi potrebbe essere corrotto, perché prende decisioni discrezionali (compresi i politici esentati ovviamente da questi corsi che sono uno scarica barile a cui non crede nessuno). Ma siamo in un paese che non ha fatto i conti con il fascismo e se ne sente ancora il peso.

Sui giornali che parlano del licenziamento nessuno ha usato la formula “presunto uso scorretto del cartellino”. Sintomo che non temono cause contro di loro. I subordinati non fanno paura, si presume che non siano in grado di difendersi. E in un paese che ha fatto dell’ingiustizia la sua bandiera purtroppo questo è in parte vero. Ma la storia ci insegna che una strada c’è.

Punire in basso a casaccio per salvaguardare i veri colpevoli del dissesto del paese

Tutti in regione sanno che l’obbligo ad un orario di lavoro giornaliero predefinito ce l’hanno solo i dipendenti e non i dirigenti (e questo è vero in tutta Italia in base al CCNL per il personale con qualifica dirigenziale del comparto regione- autonomie locali del 10/4/1996). Quindi lo stesso comportamento del dipendente licenziato se adottato da un direttore o un dirigente non avrebbe comportato il licenziamento. Il CCNL citato infatti non prevede riferimenti all’entità del debito orario giornaliero del dirigente, né tanto meno esiste un orario predefinito, quindi risultano prive di rilievo le assenze orarie. I contratti sono differenti, ma siccome non sono una legge di natura, né una legge divina, ma una legge elaborata dai parlamenti e dai governi, il responsabile di questa iniqua differenza è presto trovato. E quindi? Due pesi e due misure, e questo è il nocciolo sella questione. I direttori sono scelti dal presidente della regione e quindi automaticamente leali al politico in modo diretto, non mediato dalle leggi, come dovrebbe essere; i dirigenti sono scelti dai direttori che sono scelti dalla politica; le posizioni organizzative sono scelte dai direttori. Restava fuori dalla cooptazione il funzionario che poteva appunto applicare la legge e applicare la ragione tecnica e non rispondere direttamente all’ordine del politico. Ora, facendo capire ai dipendenti che la discrezionalità è massima e prima o poi tutti possono incorrere in un piccolo errore, con gravi conseguenze, il pubblico dipendente verrà disciplinato. Anche quello che aveva deciso di accettare di non fare carriera per non asservirsi alle richieste del potere, non mediato appunto dalla legge. Ecco lo scopo della campagna contro i dipendenti pubblici: disciplinare, ma non per servire meglio la collettività, ma per servire meglio le élite al potere, senza discussioni e anche al di fuori della legge, ma legalmente, è ovvio. Tutto quello che fa l’élite al potere è legale per definizione. E quello che è fuori per una svista, presto va in prescrizione o diventa legge. Ma attenti a chi non timbra correttamente il cartellino! Che criminali! Mi rubano preziosi centesimi!

Il valore dell’autonomia: per sostenere il bene comune

Se guardiamo in prospettiva il diritto del lavoro vediamo lontano lontano, un periodo di grande forza negli anni ’70 che poi è stato smontato pezzo per pezzo con accuratezza certosina. Qui siamo all’ultimo stadio: limitandoci al discorso sul pubblico impiego, ormai quasi tutto quanto il dipendente pubblico può ottenere in termini di miglioramento economico e di qualità del lavoro, come la soddisfazione nel lavoro, dipende dalla discrezionalità del direttore e del dirigente. Questo esclude un punto focale per la qualità del lavoro nel pubblico impiego: il dover rendere conto alla collettività e non al singolo dirigente con incarico politico e quindi di parte. Il pubblico dipendente dovrebbe rispondere all’interesse collettivo (della maggioranza, delle classi subalterne) e non ai politici al potere, i cui ordini dovrebbero essere mediati dalle leggi, uguali per tutti, almeno fino a quando le leggi non cambiano. Ricordiamo che l’obbligo del concorso pubblico nel pubblico impiego e quindi il diniego della cooptazione dei funzionari pubblici da parte dei politici, nella nostra costituzione repubblicana era dovuto all’obiettivo di evitare rapporti funzionario- politico troppo stretti che avrebbero potuto portare ad asservimenti illeciti, alla corruzione e agli scandali che hanno caratterizzato la storia italiana dalla nascita dello stato.

Lo scopo della punizione esemplare per l’uso improprio del cartellino è semplice: disciplinare i dipendenti pubblici, obbligarli ad applicare senza farsi domande gli ordini impartiti, il comando è comando. Rompere le ultime riluttanze a vedersi come ruote di un ingranaggio e non come persone tutte intere che vogliono far funzionare bene un ente pubblico perché ha effetti sulla vita di tutti noi, compresi i lavoratori. Non si guarda alla qualità del lavoro perché questo metterebbe in crisi tutte le bande di raccomandati incapaci di scrivere una frase che stia in piedi. E mostrerebbe che la qualità dei servizi e delle normative offerte dalla pubblica amministrazione dipendono dall’organizzazione del lavoro ordinata dal datore di lavoro (direttori e dirigenti) e non dalla buona volontà dei singoli che si scontra contro i muri del “non disturbare il manovratore, sa lui cosa è meglio per tutti”, detto in altri termini, come ci ricordano sempre nel corso delle trattative sindacali, l’organizzazione del lavoro è competenza del datore di lavoro, è sotto gli occhi di tutti con quali conseguenze.

Il vero scopo: disciplinare mentre noi vogliamo salvaguardare e riprodurre i beni comuni

Il fatto di non timbrare correttamente può comprendere casi così diversi, che trattarli tutti come se fossero uguali è davvero ingiusto. D’altra parte i tre gradi di giudizio dovrebbero servire proprio a discernere i casi in cui non è come sembra. In cui si deve usare il “presunto” non per paura di cause ma per il rispetto dell’altro. Invece questo è uno dei casi in cui non c’è discussione. In caso di licenziamento in tronco non c’è nessun grado di giudizio, altroché tre. Ma lo stesso non avviene in Italia per le tesi di dottorato copiate: nessun automatismo, deciderà il giudice, chissà quando.

Le leggi le fanno i governi e i parlamenti e il fatto che la tangente in flagrante non provochi il licenziamento in tronco, mentre l’uso scorretto del cartellino lo provoca, dovrebbe far pensare e far capire a cosa serve questa regola.

Serve a spaventare i pubblici dipendenti, a disciplinare i dipendenti pubblici ma non con lo scopo di farli lavorare di più e meglio (e d’altra parte chi ha mai ottenuto qualcosa di buono attraverso la violenza della classe dirigente?), ma con lo scopo di impedire la loro autonomia (slegata da lobby politiche) nel condurre il lavoro per la collettività. Significa che il pubblico dipendente potrà contrastare con difficoltà l’uso improprio delle leggi, la cui interpretazione troppo facilmente cambia a seconda del potere sociale ed economico (e quindi, in un sistema che fa dell’ingiustizia la sua bandiera, politico) di chi fa l’istanza, a scapito dell’uguaglianza di fronte alla legge; potrà difficilmente opporsi nel caso di scelte inspiegabili dal punti di vista tecnico perché motivate da tangenti. Gli si toglie la possibilità di difendere il bene comune. Solo un dipendente pubblico rispettato e non dichiarato colpevole per definizione (addirittura furbetto, fino a prova contraria), può essere il rappresentante dell’interesse pubblico (dei più deboli, dove essere deboli è un pregio visto che la forza è basata sulla cieca violenza e sulla sopraffazione e non certo sulla giustizia) e non dell’interesse di chi è protetto da lobby politiche.

Fa così fragore, la storia del cartellino timbrato in modo scorretto, perché le classi al potere sono riuscite a indirizzare il disprezzo mediatico sul dipendente pubblico invece che sui politici responsabili delle scelte socialmente ingiuste, degli accordi con la mafia, con la criminalità e con le imprese più corrotte. Sono riuscite ad indirizzare la colpa delle loro ruberie sul dipendente pubblico, che si presume colpevole, invece che su chi offre finanziamenti pubblici in cambio di tangenti a spese di tutti quelli che, come i lavoratori dipendenti e i pensionati, pagano le tasse per intero: come se i servizi pubblici non fossero al collasso perché le assunzioni sono bloccate insieme al turn over, perché i finanziamenti vanno alle opere inutili e dannose come la TAV o come gli inceneritori, invece che ai settori pubblici sociali, come sanità, istruzione, università, cultura, biblioteche, musei, cura anziani, cura del territorio; perché i servizi vengono privatizzati con la promessa che il privato funzionerà meglio mentre farà pagare di più il servizio, escluderà chi non può pagare e pagherà di meno i dipendenti usando le leggi che glielo permettono (pagare meno i dipendenti nella vulgata italiana non è da furbetti, è da furbi). Per la stampa non è furbetto chi non paga le tasse; chi usa le leggi infami come il jobs act per pagare meno i dipendenti e far accettare loro condizioni inumane, come un pagamento non congruo del loro tempo di lavoro, che è sottrazione di tempo di vita. Un’accusa quella del furbetto del cartellino, che sposta l’attenzione dai fatti.

Il lavoratore pubblico che fa danno è chi non usa il cervello per migliorare le politiche per la collettività ma per favorire le classi dirigenti. Abbiamo bisogno di lavoratori pubblici che non accettano supinamente gli ordini e promuovono il bene comune e lottano per produrlo e riprodurlo, e per farlo devono essere persone libere, non asservite e ridotte a servi sbeffeggiati.

E’ davvero l’ora di svegliarsi. Su la testa!

Ogni forma di morale si è costituita sul modello dell’immoralità e l’ha riprodotta, fino ad oggi, ad ogni stadio dello sviluppo. Non c’è che dire. La morale degli schiavi è veramente cattiva, poiché è pur sempre la morale dei signori” (Adorno Theodor, 1954, [1951], Minima moralia, 1946-47, Einaudi, pag. 222).

Marvi Maggio – Cobas Regione Toscana

Vedi articolo del fatto quotidiano citato:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/03/30/tesi-di-dottorato-copiata-liberta-e-giustizia-gravissimo-e-politicamente-insostenibile-madia-si-dimetta/3486472/

Toscana Notizie:

http://www.toscana-notizie.it/-/licenziato-dipendente-sulla-base-della-nuova-normativa-sulle-sanzioni-disciplinari

dal muro al filo spinato c’è sempre una via d’uscita

Dal muro al filo spinato, c’è sempre una via d’uscita

Il primo passo è stato il muro. Un muro invisibile altro circa 24 metri, più degli edifici che lo fronteggiavano. Invisibile ma reale, lo si sentiva al contatto, non lasciava passare se non sotto il controllo vigile di un dispositivo automatico. Il muro divideva un settore dall’altro, non poteva più esserci comunanza fra i cittadini dei due settori: due mondi separati. Passare da un settore all’altro era proibito ed era possibile solo sotto il pagamento di un pedaggio, commisurato ad una frazione di paga oraria.

Poi è arrivato il tornello, ad altezza d’uomo e con i muri intorno, non si poteva passare se non di lì, e gli uomini armati controllavano che i badge funzionassero regolarmente. In caso contrario non sarebbe stato possibile accedere. Perfino il filo spinato era stato posto sopra gli alti muri.

Alcuni attivisti dei diritti civili protestarono: perché i frequentatori dei palazzi erano trattati da assassini e criminali? Qual era l’utilità di una simile organizzazione dello spazio? dove finiva l’apertura all’esterno con gli open day e la partecipazione di chi stava al di là dei cancelli? Perchè vengono riproposte regole differenziate all’interno dei cancelli, rispetto a quelle sociali vissute all’esterno, come un tempo faceva il padrone delle ferriere? Non siamo in una democrazia parlamentare?

Di fronte a regole senza senso o ingiuste c’è sempre una via d’uscita.

Alla fine è stato il buon senso a dare una risposta: bisogna essere leali e rispettare le norme sociali eque e giuste, ma bisogna sempre essere in grado di capire quando le regole sono ingiuste e insensate e allora semplicemente e senza esitazione non vanno rispettate, vanno eluse e vanno sbeffeggiate.

Il collettivo funziona sempre, più tutti lo fanno, più diventa norma e più è invincibile.

Marvi Maggio – Cobas Regione Toscana

PS Antonio Barretta nell’incontro del 7 ottobre, in risposta ad una esplicita domanda della RSU ha ribadito l’unicità come sede di lavoro degli edifici appartenenti ad uno stesso complesso immobiliare. Ha poi specificato che restano in vigore le norme in essere. Quindi il complesso immobiliare di Novoli è un un complesso unico (cvd, come volevasi dimostrare)

Una spesa per il personale fra le più basse d’Italia

Una spesa per il personale fra le più basse d’Italia. Noi non ringraziamo.

Estate, ormai lontana. Il 27 luglio 2016 fra i comunicati istituzionali del sito della Regione Toscana campeggia quello che esordisce così:

“La Corte dei Conti ‘promuove’ il bilancio consuntivo 2015 della Regione, attestandone la regolarità contabile e una spesa per il personale tra le più basse d’Italia, passata in un anno da 147 a 139 milioni di euro. Il presidente della Toscana Enrico Rossi ringrazia” (Toscana Notizie, 27 luglio).

Pur mettendo sul conto i risparmi dovuti agli esuberi (che tuttavia in mancanza di un miglioramento dell’organizzazione del lavoro e di un aumento della cooperazione, comportano un aumentato carico di lavoro per chi resta), non possiamo dimenticare che i nostri stipendi sono fermi dal 2009 ed è anche per questo che la regione “ha la spesa per il personale fra le più basse d’Italia”.

Risparmiare sul costo del lavoro sarebbe positivo? Questo lo pensa quell’infame di Marchionne. Noi pensiamo decisamente di no e intendiamo dimostrare perché.

Differenze di reddito fra direttori, dirigenti e comparto

I nostri stipendi fermi al 2009 non compensano neppure l’inflazione e non ripagano le competenze che abbiamo acquisito attraverso il lavoro nel corso degli anni. Le politiche neoliberali pseudo-meritocratiche dicono che sono sorpassati i riconoscimenti automatici in base agli anni di lavoro, ma la verità è che i risparmi operati sulla maggioranza di noi servono per ripagare i pochi prescelti. Non entriamo qui nel merito di come sono stati scelti perché basta che vi guardiate intorno, e le eccezioni (che ci sono) confermano la regola, proprio perché sono eccezioni.

Di fronte al risparmio sulla spesa del personale non possiamo soprattutto dimenticare le grandi ineguaglianze e sperequazioni retributive presenti in Regione. Ci sono i direttori: si passa dai 170.000 euro annui lordi del direttore generale ai 130.000 per i 14 direttori (ma non dovevano diminuire?); i 102 dirigenti che percepisco un lordo annuo intorno ai 100.000 euro e infine i lavoratori del comparto: B in categoria iniziale 19.358 annue lorde; C in categoria iniziale 21.783 annue lorde; D in categoria iniziale 23.725 annue lorde. Al tabellare si aggiunge la produttività annuale lorda che è condizionata dalla valutazione dei risultati e dalla disponibilità di fondi ed ammonta a 3000 – 4000 euro lordi annui. Produttività che è molto inferiore per i regionali provenienti dalle province.

Differenze all’interno del comparto

Ma visto che la gerarchia feudale di ancien regime è da qualche anno un carattere distintivo della regione, anche fra i lavoratori del comparto si stanno accrescendo ineguaglianze e sperequazioni. Basate non sulla progressione di carriera originata da un concorso pubblico (come vorrebbe la costituzione e il buon senso: come altrimenti mettere la persona giusta al posto giusto?), bensì sulla più moderna investitura feudale (moderna in senso comparativo, rispetto all’impero romano).

Beh sì parliamo delle Posizioni Organizzative. PO alta: retribuzione di posizione 12.367 euro a cui si aggiunge una retribuzione di risultato che può arrivare fino a un massimo del 25% della retribuzione di posizione; medio alta: posizione 10.697 euro a cui si aggiunge fino a 25% della retribuzione di posizione; medio-bassa (posizione 6.382 euro a cui si aggiunge una retribuzione di risultato fino ad un massimo del 25%).

E chi non ce l’ha? Con la piattaforma 2015 abbiamo chiesto progressioni economiche per tutti proprio per ripagare il lavoro che facciamo, come richiede la costituzione. E per consolidare il nostro reddito e sottrarlo alla volatilità dei fondi per la produttività.

È l’ora di cambiare

Se guardiamo all’art.17 del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro del 1/4/1999 vediamo che l’utilizzo delle “risorse per le politiche di sviluppo delle risorse umane” può riguardare, fra le altre cose, le progressioni economiche e la retribuzione di posizione e di risultato delle PO. Quanto finanziare le Progressioni economiche orizzontali e quanto dedicare alle posizioni organizzative è una decisione politica e sindacale oltre che di organizzazione del lavoro. Non è prescritto quale percentuale dei fondi deve andare ad una e quanto all’altra.

Alle PO sono dedicati nell’accordo sulla previsione di utilizzo del fondo delle risorse decentrate 7.700.445 euro. Ad oggi le PO sono 542 negli uffici della giunta cui vanno aggiunte quelle del consiglio, e nuove Po, in parte in sostituzione dei pensionati, saranno bandite a breve.

Con 2 milioni e mezzo si farebbero progressioni economiche per tutti. Fra Giunta e Consiglio i lavoratori (escluso personale segreterie politiche e organi politici) sono circa 3.267.

Non è arrivato il momento di dare anche a chi in questi anni ha lavorato sempre di più per vedersi riconosciuto sempre meno? Noi pensiamo di sì.

Una vera democrazia organizzativa fondata sulla cooperazione, non si perde in burocrazie e gerarchie ormai obsolete e investe sulle capacità di tutti i lavoratori promuovendo l’uguaglianza e la giustizia retributiva. Non assegna investiture in modo discrezionale ed arbitrario, ma assegna i compiti in base alle capacità riconosciute attraverso concorsi pubblici.

In una prospettiva di sinistra risparmiare sui lavoratori, quindi sulle loro paghe e sulla loro possibilità di accedere a beni e servizi, è inaccettabile. Ancora meno di sinistra è promuovere sistematicamente l’ineguaglianza: in un contesto di crisi e austerità diventa ancora più inaccettabile che a qualcuno venga accresciuto lo stipendio mentre la stragrande maggioranza vive un chiaro regresso. E’ l’ora di cambiare. Vogliamo farla o no ‘sta rivoluzione socialista?

Marvi Maggio – Cobas Regione Toscana

https://rtcobas.wordpress.com/

GENERE DISPARI

Diritto al ticket e mensa con le 7,12 continuative

Per avere diritto al ticket e alla mensa i dipendenti devono prestare attività lavorativa al mattino con prosecuzione nelle ore pomeridiane. Un’altra condizione è la pausa compresa fra le due ore e i trenta minuti. Ma come vengono adottate regole diverse per l’orario in alcuni casi specifici, così deve avvenire per le regole relative a ticket e mensa.

Ci sono tre condizioni di svantaggio personale e familiare che consentono al lavoratore di adottare l’orario continuativo di 7 ore e 12 minuti, senza dover effettuare la pausa obbligatoria dopo le 6 ore:

a. portatori di handicap ai sensi dell’art. 4 della legge 5/2/1992, n. 104
b. con figli, o minori in affidamento, di età non superiore a 14 anni
c. che devono assistere il coniuge, i figli, gli ascendenti, i suoceri, i fratelli o i conviventi non
autosufficienti.

A causa di queste condizioni i lavoratori sono esentati dalla regola della pausa. In modo simile devono essere esentati dalla regola della pausa per quanto riguarda il ticket e la mensa, mentre rispettano già la regola della prosecuzione nelle ore pomeridiane. Si ricorda che le ore pomeridiane sono quelle fra le 12 e le 18.

Scusate, come si può non riconosce il diritto al pagamento per mensa e ticket a chi ha una riconosciuta situazione di svantaggio e svolge un orario di lavoro che arriva quasi al massimo consentito, cioè 7,12 (se otto ore vi sembran poche provate voi a lavorare e proverete la differenza fra lavorare e comandare), e che copre le ore pomeridiane?

Chiediamo al presidente Rossi di sanare questo ingiusta incongruenza.

Telelavoro per almeno il 10% dei lavoratori

Il telelavoro in regione toscana è utilizzato da 233 persone al 2015 di cui il 76,4% sono donne. 96 lavoratori fanno due giorni; il 66 fanno 3 giorni; 42 fanno 1 giorno e 29 fanno 4 giorni.

Per quest’anno la regione intende attivare solo 20 postazioni in telelavoto e sono 40 i lavoratori che sarebbero esclusi sebbene la loro attività sia telelavorabile. La motivazione addotta pare sia la solita tiritera: non ci sono soldi (sottinteso, per voi).

La legge Madia prevede che le PA incentivino il telelavoro in modo che in tre anni si arrivi al 10% dei dipendenti” (qui sarebbero circa 340 lavoratori), ed è un minimo. Visto che la regione si propone sempre come virtuosa potrebbe superare il limite. Con le 20 postazioni arriviamo a 253. siamo ancora a meno 87.

Il computer portatile costa 200-300 euro ed è alternativo al desktop: un computer va assegnato ad ogni lavoratore comunque.

Il rimborso annuo è differenziato in base a quanti giorni di telelavoro si fanno: è di 113,10 euro all’anno per 1 giorno; 226,20 per due giorni; 339,29 per 3 giorni e 452,38 per 4 o 5 giorni.

Il telelavoro è lavoro a tutti gli effetti.

Se qualcuno afferma che la regione non ha 12.000 euro (300 per 40) per i portatili e non ha i fondi per i rimborsi (se si considerano 3 giorni ognuno sarebbero 13.500 euro all’anno), è poco credibile e dichiara in realtà che la Regione Toscana intende risparmiare ancora una volta sui dipendenti e su una cifra così irrisoria da provocare sconcerto. Se la Regione Toscana ha bisogno di risparmiare dovrebbe rivolgersi altrove.

Chiediamo all’amministrazione e in particolare all’assessore al personale Vittorio Bugli di trovare i fondi e attivare subito le 40 postazioni di telelavoro rimaste escluse.

Ma per i consiglieri…

Intanto una delibera dell’11 maggio 2016 n.63 del Consiglio regionale prevede che ai consiglieri che ne facciano richiesta venga “fornita una dotazione di strumentazione informatica per il lavoro in mobilità in sostituzione della fornitura di dotazione cartacea”.

Marvi Maggio – Cobas Regione Toscana

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mensa e ticket in regione toscana

Mensa e ticket. Peggio di così…!

La piattaforma unitaria dell’RSU conteneva la richiesta di maggiorare il ticket e accettava il rientro di un’ora dopo lo stacco. L’amministrazione non ha accettato questa proposta.

Il disciplinare con le regole per accedere a mensa e ticket è nettamente peggiorativo (come tutti voi avete notato), nel senso che sono state aggiunte nuove condizioni per l’accesso: in particolare almeno un’ora di rientro in orario pomeridiano dopo la pausa pranzo e almeno sei ore di servizio.

Ovviamente noi non eravamo d’accordo. Abbiamo accettato come mediazione il rientro di un’ora, ma eravamo del tutto contrari ad imporre un tempo di lavoro giornaliero obbligatorio. Perché è una limitazione alla flessibilità dell’orario che permette ai lavoratori di gestire un po’ meglio la loro vita.

E non ha senso visto il totale settimanale medio di 36 ore. Se faccio meno ore un giorno ne faccio di più l’altro. E comunque sono al lavoro e devo mangiare. E’ una conquista del lavoratori avere un contributo per il pasto. Ma da qualche parte i soldi vanno trovati, e non hanno intenzione di trovarli eliminando sul serio i vitalizi, oppure riducendo il trattamento economico di presidente e assessori, né quello dei direttori e dei dirigenti. Finché qualcuno li costringerà a farlo.

Ora chiediamoci. Questa decisione sull’accesso a mensa e ticket su cosa si basa?

Sul miglioramento dei servizi?

NO

Su una migliore organizzazione del lavoro?

NO

Sulle pari opportunità?

NO

Si fonda sul risparmio. La giunta ha deciso di risparmiare caricando i costi dei pasti su di noi. Con queste regole meno lavoratori avranno diritto a mensa e ticket. Molti saranno costretti a perdere mensa e ticket per farsi carico del lavoro di cura (che, scusate, ma dovrebbe essere un onere dello stato sociale, non del singolo). Oltre a non offrire nessun servizio pubblico di qualità per la cura di anziani e bambini, non mettono neppure le persone in condizioni di svolgerlo agevolmente.

Addirittura chi fa le 7,12 continuative non ha più diritto al ticket (secondo queste regole). Ma non si vergognano? No, e dobbiamo essere noi a farli vergognare.

Tutto questo è inaccettabile e chiederemo con forza all’amministrazione che i risparmi vengano cercati altrove. L’abbiamo già fatto e continueremo a farlo.

Chiediamo a tutti un impegno contro queste ingiustizie. Perché in un momento di attacco contro i diritti dei lavoratori, tutti si devono impegnare.

Marvi Maggio – Cobas Regione Toscana

VALUTAZIONI: senza motivazioni esplicite

Valutazioni: senza motivazioni esplicite troppo è possibile

Immaginate che un dirigente abbia individuato come criterio per la valutazione dei dipendenti il fatto di utilizzare o no il part-time: chi lo utilizza avrebbe automaticamente una valutazione più bassa.

Questa scelta è illegittima perchè la Direttiva dell’Unione Europea UE 97/81/CE proibisce che si verifichino discriminazioni nei confronti dei lavoratori in part time.

Quindi ci si può chiedere se è possibile che casi del genere si verifichino.

Sembra impossibile, ma si è verificato proprio qui, in Regione Toscana. Lo abbiamo saputo dai lavoratori coinvolti.

Pare impossibile che un dirigente possa individuare il part time come criterio per la valutazione del lavoro. E’ segno che non solo non conosce le regole generali del pubblico impiego, ma che non capisce il lavoro che sta portando avanti, altrimenti saprebbe quali sono i suoi cardini.

La valutazione deve essere sulla qualità del lavoro e non sul numero di ore di lavoro: il lavoro è infatti commisurato al tempo di lavoro e la sua qualità è relativa alla specifica attività.

Quello che è grave è che il lungo e farraginoso processo di valutazione non è stato in grado di rilevare questo comportamento illegittimo e gravemente lesivo dei diritti dei lavoratori.

Chi può assicurare con certezza che altri comportamenti illegittimi non si siano verificati e non siano stati coperti da una procedura inefficace e inefficiente? In questa situazione di completa mancanza di motivazioni esplicite e oggettive, chi può assicurare che comportamenti odiosi come la raccomandazione, non abbiano avuto luogo? Oppure che semplici antipatie o inimicizie non abbiano pesato sulle valutazioni, oppure che non abbia potuto pesare la semplice ebbrezza del potere insindacabile sugli altri, proprio delle persone che al di fuori di qui non valgono nulla e che più in generale non valgono nulla.

La pubblica amministrazione utilizza la motivazione di tutti i suoi atti per ovviare al possibile uso improprio del potere. Ma non può trattarsi di motivazioni generiche che di fatto aggirano quest’obbligo.

La questione grave è che mancano nel processo di valutazione gli strumenti e le procedure per impedire che possano verificarsi comportamenti scorretti o illeciti dei dirigenti.

Ci siamo spesso espressi contro l’eccessivo potere dei dirigenti, che, senza controllo (come la valutazione dei dirigenti da parte dei dipendenti) rischiano di andare oltre il lecito.

Se nella valutazione mancano le motivazioni palesi ed oggettive dei voti (sì siamo tornati ai voti, come a scuola, ma almeno lì ci interrogavano), non è possibile verificare la presenza di comportamenti illeciti da parte dei dirigenti e sanzionarli.

Chiediamo all’amministrazione di spiegare quali correttivi intenda assumere per far sì che le valutazioni da ora in poi non possano coprire ignoranza e prevaricazione. E’ opportuno che il dirigente stili un atto nel quale esplicita le motivazioni delle valutazioni in modo tale che se sono illegittime si possa procedere per vie legali e/o sindacali. Ed è opportuno che ogni dipendente possa chiedere che la procedura valutativa sia visionata nella sua congruenza da una figura terza che potrebbe essere rappresentata dall’RSU e/o dai sindacati, (cioè terza rispetto al potere del padrone detto anche datoriale) oppure da un altro dirigente. Così si fa nel pubblico impiego in UK (Regno Unito), dove le (stupide e vessatorie) valutazioni dei lavoratori sono in atto da più tempo di qua.

Marvi Maggio – Cobas Regione Toscana