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licenziare per disciplinare

Licenziare significa prima di tutto disciplinare

Il licenziamento immediato contenuto nel nuovo testo unico sul pubblico impiego (licenziamento in tronco non previsto per reati di mafia o nei casi di tangenti) e il disprezzo per i dipendenti pubblici alimentato ogni giorno dai grandi media sono una delle dimostrazioni dell’incapacità della mega macchina capitalismo-Stato di funzionare. Il sistema deve reprimere ed espellere molti di noi. Quel licenziamento e quel disprezzo, spiega Marvi Maggio, servono prima di tutto a spaventare, a disciplinare, a rompere le ultime riluttanze a vedersi come ruote di un ingranaggio e non come persone

continua a leggere l’articolo su Comune.info seguendo il link:

http://comune-info.net/2017/05/licenziare-disciplinare-pubblico-impiego/

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sui licenziamenti nel pubblico impiego

Le colpe dei potenti hanno tre gradi di giudizio, vanno in prescrizione e si insabbiano, quelle presunte dei subordinati si puniscono, e subito, senza se e senza ma! E voi avete capito cosa sta succedendo?

Sui licenziamenti nel pubblico impiego.

E dal momento che questo principio è l’ingiustizia, ecco che l’uomo ingiusto diventa, regolarmente, il giusto, e non solo per effetto di un’illusione o di un inganno, ma in quanto è sostenuto dall’onnipotenza della legge che governa la riproduzione della società” ( Adorno Theodor, 1954, [1951], Minima moralia, 1946-47, Einaudi, pag. 221)

Due pesi e due misure

I membri del consiglio di presidenza di Giustizia e Libertà hanno chiesto a fine marzo 2017 le dimissioni della ministra Marianna Madia dopo l’inchiesta del Fatto Quotidiano sulla sua tesi di dottorato: “Il Fatto ha documentato che la tesi di Dottorato del ministro Marianna Madia contiene intere frasi plagiate da opere di altri autori. Comunque si vogliano leggere le percentuali di testo non originale è un fatto molto grave, ed è gravissimo che i grandi giornali italiani non se ne stiano occupando. Perché qui non si tratta di quantità. Si tratta di qualità, si tratta di etica”. Il dottorato è stato conseguito presso IMT di Lucca. Libertà e Giustizia afferma: “Ora, questo comportamento diventa gravissimo quando riguarda chi è ora un ministro della Repubblica. Ed è politicamente insostenibile quando riguarda un ministro che ha proposto una riforma della Pubblica amministrazione che brandisce il vessillo della ‘meritocrazia’ e si propone la caccia si ‘furbetti’. Ora la ministra Marianna Madia ha la possibilità di migliorare davvero la Pubblica Amministrazione. Dimettendosi” (F.Q., “Tesi di Dottorato copiata”, Il Fatto Quotidiano, 30 marzo 2017).

La Ministra tedesco dell’istruzione Annette Schavan aveva plagiato parti della sua tesi di dottorato e il titolo le è stato revocato dall’Università di Dusseldorf dove l’aveva conseguito e la ministra ha presentato subito le dimissioni.

La ministra Madia ha risposto minacciando “valuteranno i giudici i danni che ho subito”. Da fine marzo niente più nuove sul tema. Insabbiato? Timori delle denunce della ministra? Molti articoli parlano di “presunto plagio” sapendo che i potenti quando vengono colpiti attaccano, possono attaccare, hanno i soldi per le cause, a differenza di chi sta in basso. Con il nuovo testo unico sul pubblico impiego, noto come Madia, fra le cause di licenziamento ci sono “le false attestazioni per ottenere posti e promozioni”. Le regole evidentemente sono per i sudditi, non per i re, per questo vanno calpestati.

Non abbiamo letto nulla su questo argomento su Toscana Notizie.

Il 15 maggio 2017 su Toscana Notizie appare uno scarno comunicato: “In applicazione di quanto previsto dalle nuove regole in materia di sanzioni disciplinari nella pubblica amministrazione, un dipendente della Regione Toscana è stato licenziato per falsa attestazione in servizio tramite timbratura del cartellino. Il provvedimento è stato preso dall’ufficio disciplina nei giorni scorsi, sulla base della cosiddetta normativa Madia che ha introdotto la procedura abbreviata” (Paolo Ciampi, “Licenziato dipendente”, Toscana Notizie, 15 maggio 2017).

Così apprendiamo che in Italia si possono insabbiare i processi per le stragi di stato, si possono non punire le torture avvenute durante il G8 di Genova 2001 perché non c’è una legge sul reato di tortura, apprendiamo che non è un reato grave che presuppone il licenziamento in tronco la tangente che ruba miliardi ai fondi pubblici, ma lo è l’uso scorretto del cartellino, è ovvio, non si può non punire l’uso scorretto del cartellino! Sarà perché in una società capitalista il tempo è denaro, peccato che lo stipendio del pubblico dipendente, non del raccomandato, ma di quello assunto con concorso, (e non del dirigente che è super-pagato) in Italia sia simile a un sussidio di disoccupazione di altri paesi europei! Visto che un’ora del lavoro del funzionario della Regione Toscana è pagata 10 euro lordi, e noi le tasse le paghiamo per intero, si tratta di ben poca cosa dal punto di vista economico, quando parliamo di una frazione di tempo in meno di lavoro.

Inoltre la pena per l’uso scorretto del cartellino non differenzia una scollamento di pochi minuti da assenze protratte perché queste sottigliezze sono delegate ai giudici che in questo caso possono intervenire solo quando la sanzione è comminata. Ma la punizione è urgentissima?!

Va ricordato che l’assenza dal lavoro senza giustificazione era già, prima di Madia, una delle ragioni di licenziamento nel pubblico impiego. In questo caso invece il licenziamento in tronco senza nessun grado di giudizio, avviene non per assenza dal lavoro, ma per “falsa attestazione in servizio tramite timbratura del cartellino”, che può ridursi ad un mero errore nella timbratura. Licenziamento immediato che come sappiamo non è previsto per reati ben più gravi (mafia e tangenti).

La presunzione di colpevolezza

Ma i giornalisti che scrivono sul tema con tanto odio per i dipendenti pubblici, hanno mai timbrato, da un minimo di quattro a sei volte al giorno o più? Hanno mai riempito gli estenuanti moduli in burocratese che devono giustificare tutti i permessi personali, ma anche il servizio esterno alla sede, la missione, il corso di formazione etc, etc? Sanno che in caso di missione per i dipendenti della Regione Toscana il tempo di viaggio non è considerato tempo di lavoro e quindi si configura come un tempo di lavoro non retribuito? Sanno che va fatta una timbratura e compilato un modulo per ogni piccolo spostamento? La disposizione che va effettuato servizio esterno (cioè lavoro fuori dalla sede di servizio, tipicamente in altra sede della regione ma nella stessa città della propria sede), o missione (fuori dalla propria città di assegnazione) è del dirigente ma il dipendete deve compilare il modulo di richiesta del servizio esterno e inoltrarla allo stesso dirigente, come se chiedesse un permesso personale, poi deve compilare quella dello svolgimento del servizio esterno, o svolgimento della missione, ovviamente dopo e solo se il dirigente ha vidimato il permesso per il servizio esterno o la missione. E sanno che se il dipendente va in missione oltre a chiedere di andare in missione attraverso un modulo, deve pure comprarsi i biglietti e chiedere l’anticipo? No, questo trattamento che presume la colpa non è un trattamento destinato a tutti i lavoratori: probabilmente per i giornalisti viene valutato come lavorano, non ogni singolo spostamento (per esempio l’interruzione del lavoro per cibo, gabinetto, caffè, bottiglietta d’acqua, dopotutto siano esseri umani), ritenuto irrilevante ai fini della loro attività.

Il lavoro dei dipendenti pubblici è sottoposto a molteplici vagli: oltre alla timbratura del cartellino che segna la presenza in servizio, c’è la valutazione degli apporti individuali contenuti nei piani di lavoro ogni sei mesi con tanto di voti (da 0 a 7) sui vari compiti e attività e sui vari comportamenti. Poi ci sono gli strumenti elettronici: telefono e computer. Su ogni computer è installato un software che è in grado di controllare tutto proprio come immaginato dal Orwell, ma ovviamente è a fin di bene, contro i cattivi, ma questo lo credono solo i fessi e i criminali che ritengono che il fascismo sia contro il male, e non il male in sé.

La cosa sconcertante è che la Regione Toscana fa seguire i corsi anti-corruzione obbligatori ai dipendenti che non hanno nessun potere decisionale e non a chi potrebbe essere corrotto, perché prende decisioni discrezionali (compresi i politici esentati ovviamente da questi corsi che sono uno scarica barile a cui non crede nessuno). Ma siamo in un paese che non ha fatto i conti con il fascismo e se ne sente ancora il peso.

Sui giornali che parlano del licenziamento nessuno ha usato la formula “presunto uso scorretto del cartellino”. Sintomo che non temono cause contro di loro. I subordinati non fanno paura, si presume che non siano in grado di difendersi. E in un paese che ha fatto dell’ingiustizia la sua bandiera purtroppo questo è in parte vero. Ma la storia ci insegna che una strada c’è.

Punire in basso a casaccio per salvaguardare i veri colpevoli del dissesto del paese

Tutti in regione sanno che l’obbligo ad un orario di lavoro giornaliero predefinito ce l’hanno solo i dipendenti e non i dirigenti (e questo è vero in tutta Italia in base al CCNL per il personale con qualifica dirigenziale del comparto regione- autonomie locali del 10/4/1996). Quindi lo stesso comportamento del dipendente licenziato se adottato da un direttore o un dirigente non avrebbe comportato il licenziamento. Il CCNL citato infatti non prevede riferimenti all’entità del debito orario giornaliero del dirigente, né tanto meno esiste un orario predefinito, quindi risultano prive di rilievo le assenze orarie. I contratti sono differenti, ma siccome non sono una legge di natura, né una legge divina, ma una legge elaborata dai parlamenti e dai governi, il responsabile di questa iniqua differenza è presto trovato. E quindi? Due pesi e due misure, e questo è il nocciolo sella questione. I direttori sono scelti dal presidente della regione e quindi automaticamente leali al politico in modo diretto, non mediato dalle leggi, come dovrebbe essere; i dirigenti sono scelti dai direttori che sono scelti dalla politica; le posizioni organizzative sono scelte dai direttori. Restava fuori dalla cooptazione il funzionario che poteva appunto applicare la legge e applicare la ragione tecnica e non rispondere direttamente all’ordine del politico. Ora, facendo capire ai dipendenti che la discrezionalità è massima e prima o poi tutti possono incorrere in un piccolo errore, con gravi conseguenze, il pubblico dipendente verrà disciplinato. Anche quello che aveva deciso di accettare di non fare carriera per non asservirsi alle richieste del potere, non mediato appunto dalla legge. Ecco lo scopo della campagna contro i dipendenti pubblici: disciplinare, ma non per servire meglio la collettività, ma per servire meglio le élite al potere, senza discussioni e anche al di fuori della legge, ma legalmente, è ovvio. Tutto quello che fa l’élite al potere è legale per definizione. E quello che è fuori per una svista, presto va in prescrizione o diventa legge. Ma attenti a chi non timbra correttamente il cartellino! Che criminali! Mi rubano preziosi centesimi!

Il valore dell’autonomia: per sostenere il bene comune

Se guardiamo in prospettiva il diritto del lavoro vediamo lontano lontano, un periodo di grande forza negli anni ’70 che poi è stato smontato pezzo per pezzo con accuratezza certosina. Qui siamo all’ultimo stadio: limitandoci al discorso sul pubblico impiego, ormai quasi tutto quanto il dipendente pubblico può ottenere in termini di miglioramento economico e di qualità del lavoro, come la soddisfazione nel lavoro, dipende dalla discrezionalità del direttore e del dirigente. Questo esclude un punto focale per la qualità del lavoro nel pubblico impiego: il dover rendere conto alla collettività e non al singolo dirigente con incarico politico e quindi di parte. Il pubblico dipendente dovrebbe rispondere all’interesse collettivo (della maggioranza, delle classi subalterne) e non ai politici al potere, i cui ordini dovrebbero essere mediati dalle leggi, uguali per tutti, almeno fino a quando le leggi non cambiano. Ricordiamo che l’obbligo del concorso pubblico nel pubblico impiego e quindi il diniego della cooptazione dei funzionari pubblici da parte dei politici, nella nostra costituzione repubblicana era dovuto all’obiettivo di evitare rapporti funzionario- politico troppo stretti che avrebbero potuto portare ad asservimenti illeciti, alla corruzione e agli scandali che hanno caratterizzato la storia italiana dalla nascita dello stato.

Lo scopo della punizione esemplare per l’uso improprio del cartellino è semplice: disciplinare i dipendenti pubblici, obbligarli ad applicare senza farsi domande gli ordini impartiti, il comando è comando. Rompere le ultime riluttanze a vedersi come ruote di un ingranaggio e non come persone tutte intere che vogliono far funzionare bene un ente pubblico perché ha effetti sulla vita di tutti noi, compresi i lavoratori. Non si guarda alla qualità del lavoro perché questo metterebbe in crisi tutte le bande di raccomandati incapaci di scrivere una frase che stia in piedi. E mostrerebbe che la qualità dei servizi e delle normative offerte dalla pubblica amministrazione dipendono dall’organizzazione del lavoro ordinata dal datore di lavoro (direttori e dirigenti) e non dalla buona volontà dei singoli che si scontra contro i muri del “non disturbare il manovratore, sa lui cosa è meglio per tutti”, detto in altri termini, come ci ricordano sempre nel corso delle trattative sindacali, l’organizzazione del lavoro è competenza del datore di lavoro, è sotto gli occhi di tutti con quali conseguenze.

Il vero scopo: disciplinare mentre noi vogliamo salvaguardare e riprodurre i beni comuni

Il fatto di non timbrare correttamente può comprendere casi così diversi, che trattarli tutti come se fossero uguali è davvero ingiusto. D’altra parte i tre gradi di giudizio dovrebbero servire proprio a discernere i casi in cui non è come sembra. In cui si deve usare il “presunto” non per paura di cause ma per il rispetto dell’altro. Invece questo è uno dei casi in cui non c’è discussione. In caso di licenziamento in tronco non c’è nessun grado di giudizio, altroché tre. Ma lo stesso non avviene in Italia per le tesi di dottorato copiate: nessun automatismo, deciderà il giudice, chissà quando.

Le leggi le fanno i governi e i parlamenti e il fatto che la tangente in flagrante non provochi il licenziamento in tronco, mentre l’uso scorretto del cartellino lo provoca, dovrebbe far pensare e far capire a cosa serve questa regola.

Serve a spaventare i pubblici dipendenti, a disciplinare i dipendenti pubblici ma non con lo scopo di farli lavorare di più e meglio (e d’altra parte chi ha mai ottenuto qualcosa di buono attraverso la violenza della classe dirigente?), ma con lo scopo di impedire la loro autonomia (slegata da lobby politiche) nel condurre il lavoro per la collettività. Significa che il pubblico dipendente potrà contrastare con difficoltà l’uso improprio delle leggi, la cui interpretazione troppo facilmente cambia a seconda del potere sociale ed economico (e quindi, in un sistema che fa dell’ingiustizia la sua bandiera, politico) di chi fa l’istanza, a scapito dell’uguaglianza di fronte alla legge; potrà difficilmente opporsi nel caso di scelte inspiegabili dal punti di vista tecnico perché motivate da tangenti. Gli si toglie la possibilità di difendere il bene comune. Solo un dipendente pubblico rispettato e non dichiarato colpevole per definizione (addirittura furbetto, fino a prova contraria), può essere il rappresentante dell’interesse pubblico (dei più deboli, dove essere deboli è un pregio visto che la forza è basata sulla cieca violenza e sulla sopraffazione e non certo sulla giustizia) e non dell’interesse di chi è protetto da lobby politiche.

Fa così fragore, la storia del cartellino timbrato in modo scorretto, perché le classi al potere sono riuscite a indirizzare il disprezzo mediatico sul dipendente pubblico invece che sui politici responsabili delle scelte socialmente ingiuste, degli accordi con la mafia, con la criminalità e con le imprese più corrotte. Sono riuscite ad indirizzare la colpa delle loro ruberie sul dipendente pubblico, che si presume colpevole, invece che su chi offre finanziamenti pubblici in cambio di tangenti a spese di tutti quelli che, come i lavoratori dipendenti e i pensionati, pagano le tasse per intero: come se i servizi pubblici non fossero al collasso perché le assunzioni sono bloccate insieme al turn over, perché i finanziamenti vanno alle opere inutili e dannose come la TAV o come gli inceneritori, invece che ai settori pubblici sociali, come sanità, istruzione, università, cultura, biblioteche, musei, cura anziani, cura del territorio; perché i servizi vengono privatizzati con la promessa che il privato funzionerà meglio mentre farà pagare di più il servizio, escluderà chi non può pagare e pagherà di meno i dipendenti usando le leggi che glielo permettono (pagare meno i dipendenti nella vulgata italiana non è da furbetti, è da furbi). Per la stampa non è furbetto chi non paga le tasse; chi usa le leggi infami come il jobs act per pagare meno i dipendenti e far accettare loro condizioni inumane, come un pagamento non congruo del loro tempo di lavoro, che è sottrazione di tempo di vita. Un’accusa quella del furbetto del cartellino, che sposta l’attenzione dai fatti.

Il lavoratore pubblico che fa danno è chi non usa il cervello per migliorare le politiche per la collettività ma per favorire le classi dirigenti. Abbiamo bisogno di lavoratori pubblici che non accettano supinamente gli ordini e promuovono il bene comune e lottano per produrlo e riprodurlo, e per farlo devono essere persone libere, non asservite e ridotte a servi sbeffeggiati.

E’ davvero l’ora di svegliarsi. Su la testa!

Ogni forma di morale si è costituita sul modello dell’immoralità e l’ha riprodotta, fino ad oggi, ad ogni stadio dello sviluppo. Non c’è che dire. La morale degli schiavi è veramente cattiva, poiché è pur sempre la morale dei signori” (Adorno Theodor, 1954, [1951], Minima moralia, 1946-47, Einaudi, pag. 222).

Marvi Maggio – Cobas Regione Toscana

Vedi articolo del fatto quotidiano citato:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/03/30/tesi-di-dottorato-copiata-liberta-e-giustizia-gravissimo-e-politicamente-insostenibile-madia-si-dimetta/3486472/

Toscana Notizie:

http://www.toscana-notizie.it/-/licenziato-dipendente-sulla-base-della-nuova-normativa-sulle-sanzioni-disciplinari

contro disoccupazione e sfruttamento

lavoro lavoro lavoro lavoro lavoro lavoro lavoro
Negli ultimi anni anche i lavoratori toscani sono stati duramente colpiti da speculazione, sfruttamento e precariato diffuso; un attacco senza precedenti a stipendi, diritti e tutele.
Contratti a termine, a progetto, subappalti, voucher, lavoro nero, lavoro sottopagato in
genere; si abbassano i salari e aumentano repressione e licenziamenti disciplinari, mentre leggi come il Jobs Act e la legge Fornero, le clausole contrattuali che prevedono fedeltà aziendale, i codici etici aziendali, le leggi di limitazione del diritto di sciopero e di rappresentanza e la progressiva legittimazione dei licenziamenti per scarsa produttività creano un enorme “esercito di riserva” pronto a tutto per sopravvivere; situazione particolarmente gravosa fra i giovani.
Parallelamente le crisi industriali e le grandi privatizzazioni hanno causato l’aumento
drastico e continuo del numero di cassaintegrati e disoccupati.
A partire d quest’anno viene anche eliminata la mobilità sostituita con la NASPI mentre decine di aziende continuano a minacciare chiusure, riduzioni di organico o spostamenti delle loro attività all’estero oppure da una regione all’altra del nostro paese . In toscana sono ben 42 le vertenze aperte con il rischio della perdita di altri 8.000 posti di lavoro.
Tale situazione è aggravata dalla complicità dei sindacati concertativi firmatari dei Ccnl, che invece di schierarsi dalla parte dei lavoratori, sono comprensivi delle ragioni padronali e delle istituzioni e si guardano bene dall’unificare le varie vertenze .
Ci rivolgiamo a lavoratori, disoccupati, studenti, disabili e categorie “protette”, a tutti coloro che vogliono portare avanti una vertenza per il diritto al lavoro, tutelato e dignitoso, nella nostra regione e proponiamo di organizzare una assemblea pubblica .

Sabato 27 Maggio a Firenze dalle ore 14,00 presso la sala INKIOSTRO in via Alfani 49 per dibattere il tema e decidere insieme percorsi di mobilitazione e di lotta.
LOTTIAMO CONTRO DISOCCUPAZIONE E SFRUTTAMENTO NELLA NOSTRA REGIONE

Promuovono:
CUB FIRENZE, COBAS FIRENZE, USB FIRENZE, USI AIT FIRENZE
Per adesioni mandate a bastadisoccupazione@gmail.co

scarica il volantino:

CONVOCAZIONE DISOCCUPAZIONE rev (1)

Questioni da affrontare nelle assemblee della RSU della Regione Toscana del 26 Aprile

26 Aprile 2017: assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori della Regione Toscana convocata dalla RSU in 3 sedi contemporaneamente

1. IL COSIDDETTO RIORDINO NON DEVE ESSERE PAGATO DAI LAVORATORI

La questione della consistenza del fondo del salario accessorio è da tempo una preoccupazione della RSU e dei lavoratori. Quando a seguito del contratto collettivo nazionale si unificheranno i fondi (che ora sono separati) dei regionali pre 2016 e dei regionali ex provinciali, se non ci sarà una integrazione del fondo con risorse nuove ci sarà una equiparazione verso il basso mentre noi non possiamo che pretenderne una verso l’alto per tutti. Sono necessari circa 4 milioni di euro perché i regionali pre 2016 non perdano parte del reddito che hanno oggi e perché i regionali ex provinciali se lo vedano equiparare a quello dei regionali. La Regione Toscana, in quanto datore di lavoro, si deve impegnare a immettere nel fondo questi 4 milioni.

Nel frattempo riteniamo inaccettabile che molti colleghi ex provinciali debbano segnalare decurtazioni variamente motivate del salario accessorio: il loro reddito deve essere pari almeno a quello percepito nel 2014 (come è stato promesso).

2. I TETTI DELLA LEGGE MADIA VANNO ELIMINATI

Il testo e la relazione illustrativa della legge Madia sul pubblico impiego (datata 22 febbraio 2017) approvata dal Consiglio dei Ministri, all’articolo 23 intitolato “Salario accessorio e sperimentazione” al comma 2 stabilisce che “l’ammontare complessivo delle risorse destinate annualmente al trattamento accessorio del personale…non può superare il corrispondente importo determinato per l’anno 2016”. Questa disposizione, nel caso non venisse eliminata, determinerebbe l’impossibilità di integrare il nostro fondo in modo tale da equiparare verso l’alto (invece che al ribasso) il salario accessorio di chi era già in regione prima del 1/1/2016 e chi proviene dalle province e in modo tale da consentire progressioni orizzontali per tutte/i.

3. BARRETTA NON DEVE USARE I NOSTRI SOLDI PER ASSEGNARE NUOVE PO: I SOLDI CI SERVONO PER AUMENTARE IL REDDITO DI TUTTI NON DI POCHI

Il decreto Barretta 5803/2015 quantificava il budget complessivo per la costituzione di posizioni organizzative della durata massima di 12 mesi, ovvero con scadenza entro il 31 dicembre 2016, pari a 331.047 E. Erano quelle assegnate a chi sarebbe andato in esubero entro l’anno. Tutta la RSU ritiene che questo risparmio debba essere totalmente riacquisito al fondo del salario accessorio del personale non dirigente mentre il contestato decreto Barretta 1478/2017 dispone la riacquisizione al fondo generale del salario accessorio del personale non dirigente per l’anno 2017 di risorse pari a solo il 2/3 del suddetto budget per un importo complessivo di 220.698 euro, mentre fa confluire 110.349 nelle risorse destinate all’istituzione di ulteriori posizioni organizzative.

4. TRASFERIRE RISORSE DAL FONDO DEI DIRIGENTI AL NOSTRO

Nell’accordo del 2016 i dirigenti destinano a “un impiego di carattere sociale” una parte della quota finalizzata alla retribuzione di risultato: sono 1.050.522 euro di cui 350.000 vanno al fondo per la cassa integrazione in deroga e il resto pari a 700.522 euro, chiediamo che sia trasferito al fondo del comparto come avvenuto già in Emilia Romagna l’anno scorso e qui in Regione Toscana un po’ di anni fa.

5. NUOVE CONSISTENTI ASSUNZIONI per ridurre i carichi di lavoro ormai insostenibili e per ridurre la drammatica disoccupazione, con il risultato di migliorare i servizi e le funzioni svolte dalla regione.

6. PROGRESSIONI ECONOMICHE PER TUTTI

E’ necessario garantire un miglioramento stabile del reddito per tutti, come già avevamo proposto come RSU nel 2015. La Regione ha voluto giocare al padrone delle ferriere. Ora è il momento di pretendere quello che ci spetta. Inoltre i lavoratori aspettano da tempo la possibilità di accedere a passaggi di categoria.

I lavoratori ci hanno segnalato dai territori: sedi fatiscenti, mezzi di trasporto di servizio inadeguati, hardware e software inefficienti, incapacità di organizzare il lavoro da parte della dirigenza.

Questa assemblea è anche un primo segno di protesta. Uniamo le nostre forze per migliorare la qualità delle nostre condizioni di lavoro e il nostro reddito.

Il COBAS chiama tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori a partecipare all’assemblea indetta dalla RSU per il 26 aprile dalle ore 9,30 alle 13 in contemporanea in 3 sedi regionali (Firenze, Sant’Apollonia; Pisa, via Cesare Battisti, auditorium centro per l’impiego; Grosseto, piazza Dante, sala Pegaso).

Sarà l’occasione per confrontarci sulla situazione in cui ci troviamo e per decidere le forme di lotta idonee ad ottenere un congruo aumento del fondo del salario accessorio, migliori condizioni di lavoro e nuove assunzioni.

Marvi Maggio – COBAS Regione Toscan

Assemblea nazionale a Roma 22 e 23 aprile

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Assemblea nazionale Roma 22-23 Aprile

Dopo la straordinaria giornata dello sciopero globale dell’8 marzo, che ha portato centinaia di migliaia di persone in piazza in più di 54 paesi in tutto il mondo e in moltissime città d’Italia, continuiamo il confronto per continuare il lavoro dei tavoli tematici e la scrittura del Piano nazionale femminista contro la violenza, e per condividere percorsi e pratiche insieme.


E’ difficile ricostruire l’ incredibile mobilitazione globale dello sciopero delle donne che abbiamo appena vissuto.
È difficile mettere ordine nella marea di volti e di voci che hanno animato questo storico 8 marzo. Quello che sappiamo, è che torniamo più forti di prima a lavorare al Piano femminista contro la violenza sulle donne.
L’incontro si svolgerà sabato 22 aprile dalle 10 alle 18 e domenica 23 aprile dalle 10 alle 17.

La prima giornata di sabato 22 aprile si terrà presso la facoltà di Lettere dell’Università di Roma 3 – Via Ostiense, 234 (Vicino metro B Marconi)
La seconda giornata di domenica 23 aprile si terrà presso la Scuola Di Donato in Via Nino Bixio, 83 (Quartiere Esquilino, vicino fermata Vittorio Emanuele, metro A).
È previsto il pranzo per sabato e domenica.


Per le iscrizioni ai tavoli compilate ENTRO IL 19 APRILE il form che trovate seguendo il link qui sotto:

https://nonunadimeno.wordpress.com/portfolio/assemblea-nazionale-roma-22-23-aprile/

il 7 aprile manifestazioni per la sanità pubblica

Insieme per la salute in ogni paese in Europa
7 APRILE 2017

Ogni giorno piccoli ospedali e servizi territoriali sono chiusi, la lista d’attesa per
visite e esami si allunga, le condizioni di lavoro dei medici e degli operatori peggiorano, l’accesso a servizi di qualità e per tutti non è più garantito a migliaia di
persone.
Questa realtà presente in molti paesi europei non è una fatalità! E’ solo la
conseguenza di politiche perseguite dai vari governi e dalle istituzioni europee con
un obiettivo chiaro: vendere la nostra salute privatizzandola.
Per questo motivo e con modalità diverse da paese a paese il servizio pubblico si
riduce o viene distrutto completamente togliendo le risorse umane e i finanziamenti
necessari per il suo buon funzionamento.
Questi attacchi portano inevitabilmente a due tipi di sistema: un servizio sanitario
pubblico per i meno abbienti e una sanità privata per chi se la può pagare.
Queste politiche sono accompagnate con una propaganda ridondante secondo
cui il privato sarebbe più efficiente e meno caro. Peccato che i dati smentiscono
questa favola: i paesi che hanno adottato una sanità pubblica spendono meno e i
loro cittadini godono di maggiore tutela e di maggiori cure.
Domandiamoci allora a chi conviene privatizzare e commercializzare la salute?
Sicuramente all’industria farmaceutica e delle apparecchiature sanitarie, ai grandi
gruppi di cliniche e di case di riposo private.
Questi fanno profitti con i soldi di ciascuno di noi (tickets, rette). E sicuramente
alle assicurazioni private, che vengono introdotte anche nei contratti di lavoro.
Per contrastare questa deriva noi, e tutti i difensori di una sanità pubblica di qualità,
solidale, gratuita e universale lavoriamo per delle politiche alternative: per un
finanziamento del sistema adeguato, per la scelta di servizi di cure primarie, per
l’attenzione ai determinanti sociali della salute (lavoro, reddito, educazione,
ambiente), per i farmaci generici. I cittadini devono poter contare e potere decidere
le priorità per tutelare la salute e non devono permettere il profitto dei privati.
In tutta Europa, movimenti e organizzazioni si battono per salvaguardare la
salute pubblica. Contro un futuro che ci viene imposto noi diciamo:
Salute per tutte/i e accesso universale alle cure. Diritti sociali,
economici, culturali e ambientali per tutte/i.
Per il diritto alla salute e alla sanità pubblica,
anche in Toscana come COBAS P.I. partecipiamo alla mobilitazione del 7 aprile

Nella Regione Toscana, stiamo assistendo ad un progressivo smantellamento
della sanità pubblica: tagli di posti letto, chiusure e ridimensionamenti dei piccoli
ospedali, chiusure e accorpamenti di distretti sanitari e consultori, esosi ticket( solo
in Toscana esiste anche il contributo di digitalizzazione).
Le prestazioni specialistiche e diagnostiche sono state spostate verso il privato
sociale, a causa delle liste di attesa , dove si possono ottenere prestazioni in tempi
brevi e spesso al costo equivalente al ticket, sono state ceduti alle case di cura
private gli interventi più remunerativi (vedi ad esempio la chirurgia programmata), si persegue la logica dell’esternalizzazione dei servizi. La stessa riorganizzazione
delle zone-distretto appare una manovra centralizzatrice, calata dall’alto con la
riproposizione delle società della salute, strutture fonti di sprechi, disservizi,
burocrazia.
E’ inoltre in corso la controriforma del sistema sanitario regionale, voluta dalla
giunta Rossi nonostante fossero state raccolte 55.000 firme per richiedere il
referendum abrogativo della stessa. Con il piano di accorpamento delle ASL, che
non ci risulta abbia portato ad alcun risparmio, fuorché a quello derivato da 2000
prepensionamenti, si sono creati ulteriori “buchi” nel servizio pubblico: manca il
personale (solo 1 su 5 lavoratori che vanno in pensione viene sostituito) e di
conseguenza si procede con personale precario (aumentano i lavoratori interinali,
a partita IVA, a tempo determinato) che peggiora la qualità dei servizi e a sempre
maggiori esternalizzazioni.
Anche nella nostra regione enormi risorse vengono spostate verso grandi opere,
come inceneritori, aeroporto, TAV, che aggiungono nocività e mettono a rischio la
salute, oltre a sottrarre soldi che potrebbero essere meglio impiegati per garantire
un servizio sanitario efficiente. Per questo anche in Toscana:
DIRITTI SOCIALI E AMBIENTALI PER TUTT@ – SALUTE E ACCESSO
UNIVERSALE ALLE CURE

Ore 16:00 CONCENTRAMENTO piazza Duomo, davanti sede della Presidenza
della Regione Toscana
Ore 16:30 CORTEO sino a Piazza San Lorenzo
Ore 17:00 INTERVENTI con la partecipazione di esponenti politici, sindacali,
comitati territoriali, associazioni, ecc.
Ore 19:00 SPETTACOLO TEATRALE “Il matto, la crisi e la luna” a cura del
gruppo teatrale “Fra(m)enti di luna verde”
Ore 20:00 MUSICA DAL VIVO

http://pubblicoimpiego.cobas.it/pubblicoimpiego/Sanita/Documenti-Volantini/Insieme-per-la-salute-in-ogni-paese-in-Europa

la riorganizzazione non deve essere pagata dai lavoratori!

Andare avanti, non indietro!

Lunedì 27 marzo si è tenuto un incontro fra RSU, organizzazioni sindacali e amministrazione alla presenza di Antonio Barretta e di Alberto Fluvi (segretario di Bugli), mentre Vittorio Bugli era assente per impegni imprevisti.

Due le questioni all’ordine del giorno: la contestata previsione di nuove PO disposta da Barretta con un decreto di febbraio 17 malgrado la RSU avesse chiesto di non procedere stante la situazione di incertezza sul fondo; e una comunicazione sugli schemi di decreti legislativi correttivi del D.Lgs.30 marzo 2001 n. 165 e D.Lgs. 27 ottobre 2009 n. 150.

Iniziamo con il secondo punto. Dobbiamo premettere che la questione della consistenza del fondo del salario accessorio è da tempo una preoccupazione della RSU e dei lavoratori. Ora il fatto è che, quando a seguito del contratto collettivo nazionale si unificheranno i fondi (che ora sono separati) dei regionali pre 2016 e dei regionali ex provinciali, se non ci sarà una integrazione del fondo con risorse nuove ci sarà una equiparazione verso il basso mentre noi non possiamo che pretenderne una verso l’alto per tutti.

Il testo e la relazione illustrativa della legge Madia sul pubblico impiego (datata 22 febbraio 2017) approvata dal Consiglio dei Ministri, all’articolo 23 intitolato “Salario accessorio e sperimentazione” al comma 2 stabilisce che “l’ammontare complessivo delle risorse destinate annualmente al trattamento accessorio del personale…non può superare il corrispondente importo determinato per l’anno 2016”. Questa disposizione, nel caso non venisse eliminata, determinerebbe l’impossibilità di integrare il nostro fondo in modo tale da equiparare verso l’alto (invece che al ribasso) il salario accessorio di chi era già in regione prima del 1/1/2016 e chi proviene dalle province. Sembra che la somma da aggiungere al fondo perché non ci siano perdite per i regionali storici e ci sia un aumento per gli ex provinciali ammonti a 4 milioni – 4 milioni e mezzo di euro circa.

Fluvi ha spiegato che per la Regione Toscana sono due i punti (che Bugli sta ponendo alla conferenza Stato Regioni): il primo che ci sia la possibilità di intervenire sui fondi, aumentandoli (quindi eliminando il limite presente ora nella legge); il secondo il finanziamento dei fondi per ottenere l’equiparazione verso l’alto, deve provenire dallo stato perché la regione non può / non vuole farsene carico. Fluvi ha chiesto di unire gli sforzi fra sindacati e regione per chiedere il superamento del blocco e per chiedere allo stato di finanziare il fondo con la quota mancante.

E’ chiaro che dal nostro punto di vista IL COSIDDETTO RIORDINO (SCELLERATO) NON DEVE ESSERE PAGATO DAI LAVORATORI. Infatti la responsabilità di come il riordino è stato effettuato è nel nostro caso tutta della massima dirigenza e dei politici (non dicono sempre che sono pagati per le gran responsabilità che si prendono?). Loro la responsabilità, loro il prezzo da pagare.

Detto in altri termini se lo stato non ci mettesse i soldi CE LI DEVE METTERE LA REGIONE; NON CI DEVE ESSERE DISCUSSIONE SU QUESTO.

L’altro punto all’ordine del giorno è significativo.

Il decreto Barretta 5803/2015 quantifica il budget complessivo per la costituzione di posizioni organizzative della durata massima di 12 mesi, ovvero con scadenza entro il 31 dicembre 2016, pari a 331.047 E. Erano quelle assegnate a chi sarebbe andato in esubero entro l’anno. Ora noi riteniamo (come tutta la RSU) che questo risparmio debba essere totalmente riacquisito al fondo del salario accessorio del personale non dirigente mentre il contestato decreto Barretta 1478/2017 dispone la riacquisizione al fondo generale del salario accessorio del personale non dirigente per l’anno 2017 di risorse pari a solo il 2/3 del suddetto budget per un importo complessivo di 220.698 E. Mentre fa confluire 110.349 nelle risorse destinate all’istituzione di ulteriori posizioni organizzative.

Se il rischio è una DIMINUZIONE del reddito (nel caso lo stato non ci mettesse i soldi) ogni risorsa va utilizzata per lo scopo. Al contrario Barretta ha ribadito che andrà avanti come ha detto, che non è materia di contrattazione e che l’organizzazione del lavoro è materia sua.

Oggi l’RSU si riunisce per decidere il da farsi. Ci troviamo a chiedere di non retrocedere. Noi pensiamo ancora che le progressioni orizzontali siano un diritto. Una forma di lotta e di protesta sarà necessaria perché la nostra richiesta sia udita anche dai sordi (metaforici).

Marvi Maggio – Cobas Regione Toscana