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10 novembre 2017: sciopero generale

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assemblea cittadina 30 ottobre 2017

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norme biopolitiche in Regione Toscana

A proposito delle norme biopolitiche in Regione Toscana

Molti pensano: “ma non hanno proprio niente da fare?”

E poi: “Non si rendono conto della mancanza di rispetto, inaccettabile, di voler normare perfino i bisogni umani di base durante l’orario di lavoro?”

Infine: “non si può che dire NO”

Se (IF)

(sulle regole disciplinari nei posti di lavoro destinate solo e soltanto a chi sta in basso e inversamente proporzionali al reddito)

La lotta sull’orario di lavoro ha una lunga storia. Nelle prime fasi dell’industrializzazione si è verificato un periodo di sfruttamento estremo che portava anche alla morte dei lavoratori (consumati fino alla morte), poi le lotte sull’orario di lavoro nell’ottocento e primo novecento hanno condotto ad una riduzione. Ma il dato da rilevare qui è che è presto apparso chiaro anche ai padroni che la riduzione dell’orario di lavoro aveva come effetto una maggiore produttività. Quando ci si riposa poi si lavora meglio e di più. Per questo abbiamo il sabato e la domenica di festa e abbiamo le ferie, per riprodurre la nostra possibilità di lavorare. Ma chi deve pagare la nostra riproduzione? La domenica e le ferie sono state la conquista di un tempo per riprodursi a spese del datore di lavoro. Volgendosi indietro con lo sguardo sulla linea lunga delle storia vediamo che proprio su questo punto si sono sviluppate grosse battaglie nei posti di lavoro. Il tema di ridurre l’orario di lavoro e di lavorare tutti (anche quelli che oggi credono di lavorare ma invece si limitano a far lavorare gli altri) sta in questo solco. La richiesta delle 8 ore giornaliere del primo novecento si inscriveva nella lotta per condizioni che rispettino il lavoratore: il suo non essere semplicemente un mezzo, una funzione, una prestazione, ma un essere umano caratterizzato da piena dignità. Forse inconsapevolmente quando Barretta e Bugli sostengono che il tempo per bere il caffè sia esterno all’orario di lavoro, si inscrivono in questo scontro e vogliono farci tornare all’ottocento. Certo usano la scusa del populismo anti dipendente pubblico, ma lo fanno semplicemente per disciplinarci cioè renderci succubi.

Abbiamo qualche domanda.

– chi comanda (politici e tecnici) vorrebbe irrigidire le regole per gli altri guardandosi bene dall’applicarle a sé stessi?

– I politici che non hanno cartellini da timbrare, vorrebbero davvero che timbrassimo perfino per andare nei bar interni?! (interno vuole dire interno al luogo di lavoro, esterno vuol dire esterno, difficile vero?)

– chi voterebbe politici rigidissimi con i sottoposti, di cui normano anche i minuti e i secondi, ma che si sottraggono a quelle stesse regole che non valgono per loro stessi; che sono pronti ad accettare che i capi tecnici dell’amministrazione non abbiano neppure un orario giornaliero obbligatorio?

Sarà possibile trovare un certo numero di individui, forse in attesa delle briciole, più o meno grosse, che ritengono giusto disciplinare gli indisciplinati.

Guardando il padrone negli occhi dicono scandendo lenti le parole: posso aiutarvi a far credere ai lavoratori che sia tutela e non controllo.

No: è proprio controllo e non tutela.

Hanno ridotto il nostro lavoro a una prestazione: non deve essere più di quello che vogliono, niente creatività e capacità critica, potrebbe migliorare il prodotto, sì ma: è pericolosa, potrebbe far emergere i limiti di chi sta in alto: invece deve sempre risultare che loro sarebbero i migliori padroni del mondo.

E infine, mentre in modo protervo e minaccioso i vertici politici e tecnici della regione vogliono normare la vita stessa (biopolitica), credono di pagare davvero in modo soddisfacente il valore del nostro tempo, della nostra vita che il tempo di lavoro sottrae? Stipendi bloccati, progressioni impossibili, assunzioni irrisorie, pensioni irraggiungibili, etc. Valutazioni soffocanti e noiose. Oltre al danno (stipendi bassi) la beffa (trattamento da servi).

I padroni con fare sicuro usano affermare: “Se non ti piace puoi andartene” con quel sorrisetto beffardo che presuppone: “non c’è alternativa, tu non hai scelta”. Invece l’alternativa c’è già in tutti quelli che pretendono di essere trattati da persone e non da servi. Semplice, vero?

Marvi Maggio – Cobas Regione Toscana

https://rtcobas.wordpress.com/

otto marzo sciopero generale internazionale delle donne, volantino cobas

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per scaricare il pdf del volantino:

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OTTO MARZO 2017 sciopero globale delle donne!!!

Otto marzo 2017: Sciopero internazionale delle donne!

L’otto marzo 2017 sarà sciopero generale globale internazionale delle donne. Bloccheremo tutte le forme di lavoro, retribuite e non retribuite. La Confederazione Cobas in risposta a uno specifico appello lanciato da Non una di meno, ha indetto lo sciopero nazionale di tutte le categorie per l’intera giornata. Invitiamo tutti a partecipare allo sciopero, sia donne che uomini. Quest’anno l’otto marzo torna ad essere un giorno di lotta con la consapevolezza che l’ingiustizia non si accetta, si ribalta!

Ci fermeremo per affermare la nostra libertà ed il nostro valore, contro la violenza maschile sulle donne e contro ogni forma di sfruttamento sia nel lavoro retribuito: produttivo, nella distribuzione, nei servizi, istruzione, arte, amministrativo, culturale, che in quello riproduttivo, spesso non retribuito.

Contro la violenza maschile: maschilista, misogina e patriarcale che dallo stupro, alle intimidazioni, all’assassinio (femminicidio) mostra una incapacità di riconoscere la nostra autonomia e la nostra autodeterminazione. Una violenza che è anche fatta di regole patriarcali che introdotte nei codici, nelle religioni e nei rapporti sociali dominanti non ci riconoscono il diritto di scelta e costruiscono l’angusto spazio in cui dovremmo ricondurre il nostro essere che invece eccede quei pregiudizi e quelle regole. L’autonomia delle donne e la contraccezione e l’aborto come condizione per la scelta se essere madri o no, è osteggiata dalle interpretazioni più retrive delle religioni, che spesso sono quelle dominanti, come avviene per il Vaticano. Sulle donne incombe l’esproprio della nostra capacità riproduttiva.

Dagli anni settanta il movimento delle donne ha affermato il diritto alla libertà di costruire sé stesse individualmente e collettivamente oltre le regole e le imposizioni che dettano una identità eterodiretta che con violenza torce i nostri desideri e progetti.

Non possiamo né vogliamo accettare chi continua a vedere in noi, in come ci vestiamo, in come ci muoviamo, la provocazione che giustifica la violenza sessuale; né possiamo accettare di coprirci in base a dettami più o meno rigidi per evitare quella violenza. Se la nostra sola presenza e i nostri corpi sono provocatori per qualcuno è lui che va educato ad accettare che siamo esseri autonomi e in nessun modo qualcuno può pensare di avere dei diritti su di noi.

Nei posti di lavoro siamo sistematicamente sottoposte a una dirigenza quasi totalmente maschile con i rischi che il nostro valore non sia riconosciuto per semplice discriminazione oppure di dover sottostare ad attenzioni sessuali inserite in un rapporto sperequato. Non dimentichiamo che nel pubblico impiego le donne sono in maggioranza ed è proprio lì che si parla di furbetti che si assentano per malattia o per permessi. Quanti permessi coprono un lavoro di cura che ricade sulle spalle delle donne e che invece sarebbe un compito sociale? I metodi per pagarci molto meno degli uomini prevedono che il nostro grado di istruzione spesso superiore a quello degli uomini conti ben poco in carriere fatte soprattutto di appartenenza di classe e di tessere di partito o ad altri gruppi di potere. Le donne nemiche, come la Madia o la Fornero o la Boschi sono in quei posti malgrado siano donne, per appartenenza di classe e per nepotismi politico familiari. Le quote rosa avvantaggiano quasi sempre questo tipo di donne e se non si scardinano le discriminazioni e i discorsi misogini, tutte le altre resteranno subalterne.

Ma abbiamo molte armi da utilizzare. Una è questo sciopero globale in cui saremo insieme a tutte le altre donne di tutti i paesi con i nostri diversi ma simili sfruttamenti da accartocciare, regole inique da bruciare, confini da superare e spaccare.

Contro la violenza maschile sulle donne; contro il divario salariale a sfavore delle donne; contro le discriminazioni; contro lo sfruttamento sul lavoro e le prevaricazioni; contro il fatto che il lavoro di cura, che è responsabilità sociale, sia scaricato sulle donne. Per la giustizia sociale, la libertà, la creatività, la felicità!

FERMIAMO LE ATTIVITA’ LAVORATIVE! FERMIAMO I LAVORI DI CURA CHE LE DONNE SVOLGONO GRATUITAMENTE PER LA FAMIGLIA E LA SOCIETA’!
SE LE NOSTRE VITE NON VALGONO, ALLORA CI FERMIAMO!

Marvi Maggio – Cobas Regione Toscana

Governo Gentiloni, una fotocopia

Il governo Gentiloni è una sfacciata fotocopia del precedente, con un prestanome alla guida

Renzi Gentiloni

Neanche le batoste popolari insegnano niente a Renzi e ai suoi.

Abbiamo scritto nei giorni scorsi che l’ondata dei NO che ha travolto Renzi e il suo governo è certo dipesa dalla volontà di difendere ciò che resta di una democrazia istituzionale già massacrata da un ventennio di “maggioritario”, nonché una Costituzione già drasticamente ridimensionata da tutti i governi degli ultimi decenni; ma che ancor più decisivo é stato il netto rifiuto delle politiche sociali ed economiche del governo Renzi, e in particolare della “cattiva scuola” della legge 107 e del Jobs Act. Del peso che sui NO hanno avuto tali leggi, si sono mostrati consapevoli quasi tutti i commentatori politici e persino, almeno così pareva, Renzi e il PD.

In tal senso, le voci sugli imminenti “licenziamenti” dei due ministri/e (oltre a quelli della Boschi, “titolare” della sciagurata riforma costituzionale e della Madia, responsabile dell’altrettanto indigeribile riforma della P.A) identificati con le due ignobili leggi, facevano credere ad una volontà di eliminare almeno alcuni dei punti più scandalosi di esse. Macché: la composizione effettiva del governo ci mostra una spudorata fotocopia del precedente governo, con un prestanome alla guida, con quasi tutti i ministri rimasti al loro posto, Boschi solo spostata di scranno, Poletti e Madia inamovibili (e dunque piena conferma del Jobs Act e della riforma P.A), con qualche scambio di ruoli – modello “al peggio non c’è mai fine” – tipo Minniti agli Interni e Alfano agli Esteri, e un solo licenziamento, quella della Giannini, evidentemente l’unica della “banda” a non avere santi nel “paradiso” PD.

Solo che la sostituzione della Giannini – che di certo non verrà rimpianta – con Valeria Fedeli è uno di quei casi in cui il detto “dalla padella alla brace” calza a pennello. Infatti, mentre la maggioranza dei docenti ed Ata guarda con sconforto e sconcerto alla definitiva affermazione della “scuola fabbrica”, con presidi padroni alla Marchionne, Renzi piazza al MIUR una sua pasdaran, Valeria Fedeli, che, prima di divenire vicepresidente del Senato, era stata per dieci anni alla guida dei tessili della Cgil e che per almeno quindici anni si é occupata prevalentemente di politica industriale liberista, cooperando con Bersani ed altri sull’esaltazione della competitività aziendale, e non interessandosi mai di scuola se non per condividere la subordinazione di essa alle esigenze delle aziende liberiste, secondo le linee-guida della abortita riforma Berlinguer.

Con questi precedenti temiamo che la 107 , con i suoi presidi onnipotenti, la grottesca Alternanza scuola-lavoro coatta, il ridicolo “bonus” distribuito ai più “fedeli” (appunto), l’umiliazione e l’espulsione di una moltitudine di precari, non verrà certo intaccata da pacate discussioni/contrattazioni al MIUR, con una ministra che, agognando piuttosto ad occuparsi di competizione industriale, vedrà di buon occhio la mutazione delle scuole in fabbriche, con docenti ed Ata trasformati in “operai flessibili” disposti ad ogni incombenza per aumentare la “produttività” dell’azienda-scuola e con, al di sopra, il suddetto preside simil-Marchionne.

Insomma, se a questo aggiungiamo la farsesca “offerta” contrattuale per i lavoratori della scuola e del Pubblico Impiego (dopo 7 anni di blocco e di perdita salariale del 20%) di circa venti euro lordi medi di aumento mensile (in base non alle chiacchiere governative ma alle cifre effettivamente stanziate nella Legge di stabilità), con in più l’introduzione nel contratto-scuola di tutto il peggio della 107, crediamo che l’unico “contatto” efficace con la nuova ministra lo avremo solo portandole sotto le finestre del MIUR considerevoli cortei di docenti ed Ata, magari insieme a studenti e cittadini desiderosi di difendere e migliorare la scuola pubblica.

Piero Bernocchi   portavoce nazionale COBAS

12 dicembre 2016

Ripristino del proporzionale puro, a livello politico e sindacale

Basta con i sistemi elettorali maggioritari, per il ripristino del proporzionale puro, a livello politico e sindacale

Abbiamo salutato con grande soddisfazione l’ondata gigantesca del NO che ha travolto Renzi e il suo governo. Si è trattato di un NO in difesa di ciò che resta di una democrazia istituzionale già vistosamente massacrata in questi anni di “maggioritario” politico e sindacale e di un NO allo stravolgimento ulteriore di una Costituzione già abbondantemente smantellata da tutti i governi degli ultimi decenni; ma ancor più forte, a nostro giudizio, è stato il corale rifiuto delle politiche sociali ed economiche del governo Renzi, dalla “cattiva scuola” della legge 107, al Jobs Act, dallo Sblocca Italia alle Grandi opere distruttive e inutili. Non ignoriamo, però, il fatto che dentro questo NO si sono mosse anche forze razziste e xenofobe che hanno indirizzato il loro NO contro i migranti e le politiche di accoglienza nei confronti degli ultimi della Terra che scappano dalle guerre e dalla fame. Perciò la campagna del NO democratico, antiliberista e antirazzista, non può, dopo aver battuto l’arroganza e la megalomania renziana, poi lasciar spazio a forze altrettanto autoritarie o esplicitamente reazionarie. Ora bisogna delineare anche i SI’ ad una ben diversa, anzi opposta, politica sociale ed economica per uscire dalla crisi e ricreare condizioni positive per il lavoro, la scuola, il reddito, i Beni comuni, l’ambiente, per gli stanziali e i migranti. E per far marciare tale progetto tra decine di milioni di persone, è decisiva una grande alleanza politica, sociale e sindacale, perché nessuna organizzazione o settore sociale può seriamente pensare di modificare il liberismo dominante contando solo sulle proprie forze.In questa ottica crediamo pure che sia il momento di recuperare quell’elemento decisivo della democrazia istituzionale che è il sistema proporzionale puro, come naturale sbocco di una rigorosa battaglia contro l’Italicum. A suo tempo il maggioritario ottenne un’investitura popolare con un referendum sull’onda di una micidiale campagna massmediatica di tutti i maggiori partiti, con promesse di stabilità istituzionale e drastica riduzione dell’invadenza dei partiti, dimostratesi totalmente false. L’occupazione onnivora dei partiti di tutto il “pubblico” è addirittura aumentata, la pretesa stabilità si è tradotta nell’eliminazione delle forze “non conformi” e in una partecipazione elettorale sempre più ridotta, con milioni di persone che nei meccanismi maggioritari hanno visto solo una scelta tra padella e brace. Salvo poi scoprire all’improvviso, come in questo referendum, che l’eliminazione di una corretta rappresentanza del pluralismo sociale produce sconfessioni clamorose, con una maggioranza parlamentare che diviene nel voto referendario netta minoranza.

Noi riteniamo che il proporzionale puro sia il sistema elettorale che meglio rappresenta la complessità e l’articolazione della società italiana, che non può essere schiacciata in schemi bipolari o tripolari, visto che oramai in media alle elezioni un 40% dei cittadini/e si astiene, rifiutando le scelte maggioritarie; e leggiamo, ad esempio, con preoccupazione la presentazione di un progetto di legge da parte del M5S per votare anche al Senato con l’Italicum. Pensiamo che non si possa tradurre questo oceanico NO alla riforma e all’Italicum nella riproposizione di un sistema maggioritario, seppur corretto forse dalla Corte costituzionale. L’unica scelta accettabile ci pare quella del ripristino di un proporzionale puro che sia la fedele rappresentazione della complessità sociale e che consenta alleanze tra forze anche diverse ma con un programma condiviso nel paese. E, visto che tutti i partiti stanno girando la “patata bollente” alla Corte costituzionale, proponiamo che il fronte del NO democratico prosegua la propria mobilitazione orientandola verso la Consulta, in particolare nel giorno (24 gennaio) in cui la Corte prenderà la decisione finale in materia.

Infine, oltre a quello di garantire il sistema più democratico possibile di rappresentanza istituzionale, un interesse specifico ce lo abbiamo in quanto sindacato. Riteniamo infatti che tale sistema sarebbe la migliore opportunità per riportare la democrazia anche nella rappresentatività sindacale, mediante l’affermazione di un criterio di rappresentanza proporzionale senza sbarramenti e articolato – come nelle istituzioni politiche – a livello locale, territoriale e nazionale, iniziando, ad esempio dalle prossime elezioni delle RSU nel Pubblico impiego e nella scuola, a poter votare con il proporzionale non solo nei posti di lavoro, ma anche a livello territoriale e nazionale, per stabilire chi davvero è rappresentativo nei rispettivi livelli.

Piero Bernocchi   portavoce nazionale COBAS