donne! e basta. a proposito di mamme

Donne! E basta. A proposito di mamme

Sabato 14 maggio a Firenze abbiamo partecipato in 15.000 a una manifestazione contro la costruzione di un inceneritore nella piana di Firenze organizzata da: mamme no inceneritore, zero waste Italy e assemblea per la piana contro le nocività. Grande capacità organizzativa, in cui le donne hanno avuto un ruolo di rilievo. La questione che voglio porre è relativa al nome che le organizzatrici hanno scelto: mamme no inceneritore. Nome che non poteva passare inosservato a una femminista come me.

Che parlare di mamme evochi una interpretazione univoca dell’essere donna e come tale retriva, dovrebbe essere noto a tutti quelli che hanno un pensiero critico, cioè non si fermano di fronte a ciò che appare, per andare a svelare cosa si cela dietro le apparenze. E me lo aspetterei a maggior ragione dalle donne (quelle che amano la libertà), che hanno tutto da guadagnare dal non aderire alla tradizione. Tradizione che le ha volute definire attraverso la maternità, e solo attraverso quella, senza riconoscere la nostra umanità in quanto tale, oltre il ruolo riproduttivo. I premi alle famiglie numerose del fascismo e il bonus bebè della Lorenzin riconoscono questo ruolo e solo quello. Non offrono servizi pubblici per i bambini che sollevino le famiglie dai compiti riproduttivi, ma danno soldi perché le mamme facciano quello che è interpretato come il loro mestiere. E fanno emergere due problemi concomitanti: quello che Lorenzin dichiara essere il “drammatico calo della natalità nel nostro paese”, non viene letto per quello che è: l’impossibilità di fare un figlio da un lato per l’assenza di servizi pubblici per l’infanzia che caricano sulla famiglia lo svolgimento di tutte le attività legate alla cura dei piccoli, dall’altro per la carenza dell’impegno della maggior parte dei padri che per la cultura retrograda del nostro paese sentono ancora che si tratta di un compito delle donne (della mamme appunto). Molte donne decidono di non fare figli, e non perché sono egoiste e pensano alla carriera (che non possono fare in un paese sessista e misogino come il nostro) ma perché il peso del lavoro di cura su di loro è davvero troppo pesante. Il che si somma alla riduzione dei redditi causato dalle politiche di austerity. Seconda questione, che è un po’ laterale rispetto al discorso che stiamo facendo, ma va sottolineata per la sua gravità, è che se davvero c’è questo calo, nessuno potrà più dire che non abbiamo posto per immigrati e rifugiati, cosa a cui comunque noi non abbiamo mai creduto: quindi indirettamente si capisce che vogliono nati italiani, lasciano intendere quanto il fascismo sia ancora parte della cultura della nostra classe dirigente. Per chi dice che destra e sinistra non contano più, ecco un bell’esempio di politica di destra, tipicamente fascista.

Torniamo alla questione del definirsi mamma. E’ una definizione in relazione ad un altro, facendo scomparire l’umanità della donna in quanto essere umano autonomo. Certo che si sarà ascoltate di più facendo riferimento a uno stereotipo: la donna che è pronta a tutto per il suo figlio. Da un lato non lo fa per sé, ma per il figlio, il suo figlio. Unisce egoismo al dare sé per gli altri. E’ pronta a battersi per il suo bambino, non per la collettività, quella viene dopo e fa parte di un discorso di sinistra che ha perso evidentemente egemonia. Quante volte ci hanno detto che le donne non erano uguali agli uomini, ma erano meglio, il che presupponeva però il sacrificio per gli altri, l’essere sempre carine e gentili e mai aggressive, insomma un carattere non reale ma attribuito e imposto e quindi disciplinare e violento, fonte di sofferenze per tutte le donne che non lo incarnavano perché non stavano alle regole.

Il femminismo, mi riferisco in particolare a quello emerso qui in Italia, negli anni 70, portatore di saperi innovativi, ha avuto alla sua base l’idea che l’essere donna non si dovesse ridurre a rappresentare ciò che il patriarcato ha chiesto: essere mamme, fare figli, lasciare da parte sé stesse per dedicarsi agli altri, alla cura degli altri, essere mogli, sorelle, madri, cioè essere definite sempre in relazione ad altri, mai a sé stesse. La differenza sessuale proposta dal movimento delle donne non era quella della gerarchia sessista propria del ruolo dicotomico fra donne e uomini, ruolo predefinito come destino immutabile. Al contrario si trattava di una differenza da costruire collettivamente, da progettare attraverso uno sovversione dell’esistente: non è stata ricavata dall’ordine simbolico ricevuto dalla società patriarcale dominante ma è stata costruita dalle donne attraverso sovversione e trasgressione delle categorie e delle regole esistenti. Le donne che si univano al movimento lo facevano perché non si riconoscevano negli stereotipi e nei destini segnati: volevano definire loro stesse cosa fosse per loro essere donne, e volevano definirlo collettivamente, volevano diventare altro rispetto al ruolo segnato di mogli e madri. Come in ogni definizione, non c’era solo la situazione di partenza, cosa siamo adesso, ma anche cosa vogliamo essere. E in quel caso e in quel tempo, il forte legame con la sinistra estrema faceva sì che si volesse essere parte di un movimento più grande di trasformazione radicale dell’esistente: più uguaglianza nella diversità e fine dello sfruttamento, costruite pezzo per pezzo attraverso lotte nei posti di lavoro, nelle scuole, nelle università, nei servizi, nelle città, nelle famiglie e nelle relazioni interpersonali (il famoso personale che è politico). Essere madri doveva diventare una scelta, grazie a contraccezione ed aborto (che sono state una conquista del movimento femminista), e non un destino unico. E cruciale è stato dire che una donna poteva anche scegliere di non essere madre e non per questo era meno donna. Essere donna andava ben oltre la maternità.

Oltre a questa questione di definizione di cosa sia essere donne, c’è il fatto che comunque si è madri per un periodo limitato di tempo (fino a quando il figlio è adulto) e non per sempre. La maggior parte delle persone della manifestazione non erano per niente mamme. Io era una non mamma. Eppure i giornali hanno scritto la manifestazione delle mamme. Non vi stupite poi che il discorso verrà ridotto dai media a preoccupazioni esagerate da parte di mamme che non sono razionali quando si tratta della salute dei loro bambini. Il pensiero dominante non prende sul serio le mamme. Tutto sentimento e niente razionalità. E’ l’effetto di stare dentro le caselle predeterminate, che invece vanno scardinate.

Per questo appare strana questa definizione di mamme no inceneritore. Vorrei che le implicazioni di questa firma fossero note e le donne che l’hanno assunta fossero consapevoli che mentre si acquista appeal con le istituzioni e la società retriva, si fa un danno a tutte le donne che amano la libertà. Sì solo a quelle, perché quelle che accettano l’esistente questi problemi non li hanno.

E non si dica che ci sono le madri di Plaza de Mayo, quelle erano di un’altra generazione e si poteva accettare che si definissero così. Ma oggi, farlo ancora è proprio incomprensibile: denota che sono andate perse molte delle conquiste teoriche e pratiche del femminismo. Scrivo perché siano riconquistate. Non bisogna avere paura di definirsi semplicemente donne.

Marvi Maggio

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